martedì 13 ottobre 2015

Stranezze stradali e toponomastiche di Milano

A Milano, come in molte città, ci sono parecchie stranezze distribuite lungo le strade cittadine.
Strade con nomi che cambiano più volte in pochi anni, omonimie, numerazioni diverse, intitolazioni particolari, incongruenze nella toponomastica...




Partendo dal centro non si può non ricordare che la parte orientale di Piazza del Duomo, quella dove si trova l'abside della cattedrale e il Palazzo della Veneranda Fabrica si è chiamata sino ai primissimi anni del '900 Piazza del Camposanto dato che per secoli fu lì presente un cimitero. Poi, senza un apparente motivo il nome fu cancellato e una piazza con una storia secolare scomparì per sempre dalla toponomastica meneghina.

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Non lontano, tra Largo Augusto e via Larga si trova il Verziere, senza indicazione alcuna che indica se si tratta di una via, una piazza, uno slargo, un largo; semplicemente Verziere. Sino ad inizio del XX secolo era uno dei principali mercati ortofrutticoli di Milano, esistente dal 1766, insieme agli altri delle vicine Piazza Fontana e delle bancarelle presenti per secoli in Piazza del Duomo. Il nome stesso indica un luogo ove si vendevano le "verzure". Sino al 1870 circa mantenne il suo nome originale di Contrada di Porta Tosa, dopo assunse il nome definitivo di Verziere.


Un tempo era una piazza lunga e molto larga, poi ristretta negli anni 40 e primi 50 per la realizzazione del primo tratto della "racchetta" una strada ad alto scorrimento che doveva tagliare tutti i quartieri a sud del Duomo.
Lo stesso Largo Augusto era parte integrante del Verziere e la sua colonna dominava il mercato e le bancarelle.


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Poco lontano dal Verziere si trova la Via Bergamini, che non indica una ricca famiglia ma come ci dice il  Sonzogno: «Della contrada dè bergamini dirò che in essa stanno i venditori di caci freschi e di altri latticini, così chiamati dalle mandrie da essi possedute e da noi detti bergamini» (Vicende di Milano rammentate dai nomi delle sue contrade a sia origine di questi nomi. Milano, 1835). In pratica si trattava di gruppi di pastori della Val Brembana e della Val Seriana che settimanalmente scendevano a Milano, in Piazza Fontana, a tenere il loro mercato dei prodotti di latte di pecora.
Il soprannome derivava dalla loro provenienza dalla provincia di Bergamo.
Indossavano orgogliosamente una sorta di divisa da bergamino, cappellaccio e mantello di lana grezza verde scuro, zoccoli di legno, lunghi bastoni per governare il gregge, ma al contempo indossavano anche eleganti panciotti con la catenina in oro dell'orologio in bella vista. Quasi sempre avevano legato in vita pure il grembiule da lattaio!
I bergamini iniziarono ad occupare Piazza Fontana in coincidenza del trasloco del mercato del Verziere dalla piazza al luogo che poi prese il nome di Verziere. Furono i potenti vescovi della vicina curia milanese che vollero, nel 1766, lo spostamento del mercato, che rendeva difficile l'ingresso al palazzo dell'Arcivescovado. Quando infine il Verziere si spostò... lo spazio fu occupato dai Bergamini che iniziarono ad usare Piazza Fontana come loro "quartier generale di Milano".
Molte delle famiglie di bergamini si installarono definitivamente a Milano, aprendo negozi e bancarelle e rivendendo prodotti caseari e latte prodotti da loro parenti che invece continuavano a passare i canonici 4 mesi sugli alpeggi e il resto del tempo a fare transumanze e a produrre formaggi da portare poi a Milano.



Oggi la Via Bergamini si apre dall'ampia Via Larga, ma sino agli sventramenti mussoliniani la via si apriva da un crocicchio di strade, Via San Clemente, Via Larga, Via Sant'Antonio, Piazza Santo Stefano e appunto Via Bergamini. La strada continuava in linea retta sino a sbucare di fronte all'Ospedale Maggiore in Via dell'Ospitale, oggi Via Festa del Perdono.

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Poco più a sud si trova una lunga e antica strada che connetteva la Cerchia dei Navigli con la Cerchia dei Bastioni, la Via San Barnaba. Collegava tramite un ponte sulla cerchia l'Ospedale Maggiore con il suo cimitero principale. Quando le fondamenta, le cantine e i sotterranei dell'ospedale furono riempiti all'inverosimile di ossa dei morti,  si decise la costruzione di un cimitero oltre la cerchia e in piena campagna. Di allora. Venne costruito un nuovo Foppone, come erano chiamati allora i cimiteri. Il Foppone di San Michele venne costruito nel 1696 e nel giro di nemmeno un secolo fu riempito di oltre 150.000 defunti. La strada che collegava l'Ospedale Maggiore col suo cimitero si chiamava Strada del Foppone, sino al 1850 circa, poi prese tutta il nome di Strada di San Barnaba. Per oltre 300 anni il cimitero, fu chiamato o Foppone di San Michele, o vista la sua struttura circolare "La Rotonda". Solo alla fine degli anni 20 del XX secolo venne aperta una nuova strada che collegava i Bastioni con il costruendo Palazzo di Giustizia di Porta Vittoria. La nuova strada passava esattamente lungo il lato esterno della "Rotonda". La strada divenne Via Enrico Besana, patriota che combattè in tutte e tre le Guerre di Indipendenza, fu alto ufficiale Garibaldino e giornalista per i due principali quotidiani di Milano e d'Italia dell'epoca, La Perseveranza e il Corriere della Sera.
Per un motivo inspiegabile il Foppone di San Michele divenne in breve tempo La Rotonda della Besana, facendo diventare l'Enrico Besana una donna e rinominando un cimitero plurisecolare con un titolo errato e assolutamente senza alcun senso.



Nella foto si vede la Via Enrico Besana appena realizzata e il muro perimetrale esterno del Foppone di San Michele ancora senza alcun accesso aperto verso la nuova strada.

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Quando nel 1923 il governo di Mussolini distacca il quartiere del Lorenteggio dal Comune di Corsico e lo aggrega al Comune di Milano si pone il problema di rifare la toponomastica dei 4 borghi che componevano storicamente il territorio del Lorenteggio.
Tra quelle vie che presentavano omonime con quelle di Milano ci fù la piazza antistante alla stazione di San Cristoforo. Venne ribattezzata Piazzale Albania.
Dal 1923 sino alla caduta del Fascismo le cose non cambiarono, poi, nel 1946 si procedette ad una lunga pagina di revisione della toponomastica per "liberare" Milano dalle non poche vie, strade, piazze e larghi intitolati a gerarchi fascisti o ad avvenimenti legati o cari al regime.
Senza un motivo ben chiaro Via Principe Umberto, strada che da Piazza Cavour risaliva verso Piazza della Repubblica (allora Piazza Fiume) che aveva tale intitolazione sin da quando venne tracciata nel 1865, divenne Via Albania.
Notare che il Principe Umberto a cui era intitolata la via non era l'aspirante al trono d'Italia sconfitto dal referendum e morto poi in esilio, bensì colui che divenne Re d'Italia come Umberto I°, visse a lungo a Milano e venne ucciso a Monza da Gaetano Bresci.
Per non creare confusione Piazzale Albania al Lorenteggio dovette così cambiare nome e per non scontentare i vicini albanesi il nome fu mutato in Piazza Tirana...
Ma l'erraticità dell'Albania non finì qui. Infatti dopo nemmeno 5 anni Via Albania mutò ancora di nome, venendo intitolata, pare definitivamente, a Filippo Turati.
Il toponimo Albania sparì così definitivamente dalle mappe milanesi.



Negli stessi anni dell'immediato Dopoguerra cambiarono nome molte strade, come detto:
Corso del Littorio divenne Corso Giacomo Matteotti, Corso Costanzo Ciano riprese il suo nome originario di Corso dei Plebisciti, allo stesso modo Via Larga tornò a chiamarsì così dopo che dal 1936 al 1946 divenne Via Adua; Piazza Predappio venne rinominata con un toponimo usato sino agli anni 20 per indicare l'area sul retro della prima Stazione Centrale, sita nell'odierna Piazza della Repubblica, Piazza Guglielmo Miani.
Via Eliseo Bernini, Legionario di Fiume e Fascista della primissima ora, venne assassinato dai comunisti a Turro e gli venne dedicata una via nel quartiere. Nel Dopoguerra venne ribattezzata Via Popoli Uniti.
Vittime del cambio di toponomastica furono anche alcune vie e piazza dedicate ad eventi antecedenti al Ventennio ma comunque ad esso legati: Piazzale della Stazione Centrale diventò nel 1931 Piazza Fiume, per diventare Piazza della Repubblica nel 1946.



Via degli Arditi ritornò nel 1946 al suo vecchio nome di Via Cerva, dovuto alla presenza di una osteria con una cerva come simbolo.
Clamoroso fu il cambio di nome ad uno dei luoghi più antichi di Milano, Piazza Mercanti, che dal 1935 circa divenne Piazza Giovinezza, così come il tratto nord di Via San Marco venne ribattezzato Via Marcia su Roma!

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Uno dei cambi di nome più rilevanti vista l'importanza delle strade in oggetto fu quello della tratto di strada lungo la Cerchia dei Navigli tra le attuali Piazza Cadorna e Corso di Porta Ticinese.
Originariamente il tratto lungo la Cerchia aveva questi nomi partendo da nord:
Strada del Foro, Strada di San Gerolamo, Strada del Ponte dei Fabbri, Strada delle Signore Bianche sotto il Muro.



Per alcuni secoli i nomi rimasero invariati sino a quando la strada dedicata alle Signore Bianche, per via di un vicino monastero, venne intitolata alla Vittoria per celebrare la sconfitta dell'Imperatore Lodovico per mano dei cittadini milanesi, guidati da Marco Visconti, avvenuta il 13 settembre 1329 proprio all'incrocio tra la Strada delle Signore Bianche e la Strada del Borgo di Cittadella (oggi Corso di Porta Ticinese)



Nel 1865 la Via della Vittoria si vide estendere il suo toponimo anche alla Strada del Ponte dei Fabbri, alla Piazza della Vittoria e al Ponte degli Olocati, sino al Ponte di San Vittore.
Pochi anni dopo anche la Strada del Foro sparì e prese il nome di Via di San Gerolamo.
La Cerchia nel frattempo era stata interrata proprio nel tratto tra il Castello e la metà di Via Vittoria.
Nel 1907, subito dopo la morte di Giosuè Carducci, Premio Nobel per la Letteratura, la Via San Gerolamo diventò Via Carducci.
Nel 1910 fu il turno di Via Vittoria che diventò Via Edmondo De Amicis, deceduto due anni prima.

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Altra strada erratica di Milano è quella intitolata al matematico ed astronomo Francesco Carlini.
Dal 1890 circa la Via Carlini collegava Piazza Andrea Doria (l'attuale Piazza Duca d'Aosta di fronte alla Stazione Centrale) con la sponda destra della via Ponte Seveso, dove allora scorreva l'omonimo torrente. Quasi in contemporanea lungo la Via Carlini e la vicina via Ponte Seveso (oggi Via Fabio Filzi) sorgeva l'industria Pirelli. Quando nel 1932 il Senatore Giovanni Battista Pirelli morì la via dove si trovavano ancora alcune piccole parti dell'azienda (spostatasi nel 1906 alla Bicocca), venne a lui reintitolata dopo pochi anni, come appare già nelle mappe del 1937.
La Via Carlini venne così spostata in Cittastudi, una piccola traversa che collegava Via Golgi con Via Via Visconti d'Aragona. Si trovava nei pressi dell'Istituto Nazionale dei Tumori, fondato nel 1925 e che proprio negli anni 30 ebbe un importante sviluppo, tanto che già negli anni '40 la via viene letteralmente inglobata dall'INT e si ritrova come viabilità interna dell'ospedale.
Viene così deciso di rispostare l'erratica Via Carlini per la terza volta.
Questa volta si arriva nella zona sud-ovest, lungo l'asse del Lorenteggio, precisamente una piccola strada che collega Via D'Alviano con Via Pietro Redaelli.

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Numerose sono le omonimie nella toponomastica di una città vasta come Milano.
Alcune di queste danno una ragione al perchè talune strade siano indicate con "nome e cognome" e non solo col "conognome". Abbiamo infatti una Via Melchiorre Gioia perchè esiste una piccola Via Flavio Gioia nella parte sud di Cittastudi.
Così come ci sono una Via Enrico Forlanini e una Via Carlo Forlanini, una Via Andrea Ponti, una Via Ettore Ponti e una Via Giò Ponti e per breve tempo, in un momento di caos toponomastico negli anni 80, anche una Piazza Giò Ponti poi rapidamente scomparsa.
C'è una conosciutissima Via Alessandro Manzoni e un Vicolo Piero Manzoni dal 1995, mentre è molto più complicata la storia se andiamo ad analizzare i toponimi di coloro che hanno cognomi derivanti dall'aver avuto antenati che esercitarono la professione di fabbri: Via Cardinal Ferrari, Via Gaudenzio Ferrari, Via Giuseppe Ferrari, Piazza Paolo Ferrari, Via Virgilio Ferrari, Via Ercole Ferrario, Via Rosina Ferrario Grugnola, Via Galileo Ferraris, Via della Ferrera, Via Ferreri, Via Ferrero, Via Ferrieri, Via Wolf Ferrari.
Un pochino meglio con Via Benigno Crespi, Via Daniele Crespi, Via Gaetano Crespi e Via Pietro Crespi. 
Ci sono anche strade che eccellono in lunghezza: 
Via Fratelli Camillo e Giannino Antona Traversi.
Viale Barbaro di San Giorgio Ramiro.
Via Ambrogio da Fossano detto il Bergognone.
Via Andrea Fortebraccio detto Braccio da Montone. 
Via Paulucci di Calboli Fulcieri.
Piazza Emanuele Filiberto di Savoia Duca d'Aosta.
Via Vittore Ghislandi detto Fra Galgario.
Piazzale Governo Provvisorio di Lombardia.
Lorenzo d'Andrea d'Oderigo detto Lorenzo di Credi
Piazza Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi.
Piazzale Martiri della deportazione.
Via Tommaso di Cristoforo Fini detto Masolino da Panicale.
Via Giacomo Medici del Vascello.
Piazza Melozzo di Giuliano degli Ambrosi detto Melozzo da Forlì.
Via Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone.
Via Alessandro Bonvicino, detto Moretto da Brescia.
Via Orlando Vittorio Emanuele.
Via Paolo Caliari detto il Veronese.
Via Piero di Giovanni Bonaccorsi detto Perino del Vaga.
Via Piero di Benedetto de' Franceschi detto Piero della Francesca.
Via Bernardino Betti detto il Pinturicchio.
Via Agnolo Ambrogini detto Poliziano.
Piazza della Resistenza Partigiana.
Viale delle Rimembranze di Lambrate.
Viale delle Rimembranze di Greco.
Via Angelo Beolco detto Ruzzante.
Largo San Dionigi in Pratocentenaro.
Piazza San Giovanni Battista alla Creta.
Via San Giovanni Battista de La Salle.
Via fratelli Giuliano e Antonio Giamberti detti Sangallo.
Piazzale Santorre di Santarosa.
Via Santuario del Sacro Cuore.
Via Reggimento Savoia Cavalleria.
Via Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato.
Piazza Andrea Meldolla detto lo Schiavone.
Via Sebastiano Luciani detto del Piombo.
Via Quinto Settimio Fiorente detto Tertulliano.
Via Andrea di Michele di Francesco di Cione detto Il Verrocchio.

martedì 6 ottobre 2015

Santuario di Santa Maria alla Fontana


Fondato su volere di Charles II d'Amboise governatore di Milano nel periodo di Luigi XII di Francia nel luogo ove una sorgente, nota come fontanile dei Visconti, fuori Porta Comasina, aveva assunto potere taumaturgico nelle credenze e del popolo e della ricca nobiltà. L'acqua di Santa Maria alla Fontana era particolarmente indicata per "curare" malattie come l'artrite o l'osteoporosi.
La fonte era frequentata sin dal V secolo e durante i lavori di costruzione nel Cinquecento fu ritrovata una struttura in pietra dell'Alto Medioevo che permetteva di entrare nella polla creata dal fontanile e alcune modeste strutture di deflusso delle acque per regolarne il livello.



A lungo attribuito a Leonardo da Vinci e al Bramante sappiamo oggi essere stato progettato da Giovanni Antonio Amedeo, con la posa della prima pietra il 29 settembre 1507.
La struttura su due livelli vedeva a 2 metri e mezzo sotto terra una larga "piscina" che accoglieva le acque prodigiose e permetteva ai fedeli di immergersi e/o bere, mentre al livello superiore si apriva il santuario vero e proprio e tramite una serie di chiostri e portici i due livelli comunicavano liberamente, in modo che messe e canti era udite contemporaneamente anche al livello inferiore.




Purtroppo i Benedettini di San Simpliciano dovettero cedere il Santuario nel 1547 ai Padri Minimi di San Francesco di Paola, appena giunti a Milano e bisognosi di un luogo di culto tutto loro.
I monaci calabresi presero dunque possesso della struttura e la stravolsero totalmente, chiudendo i chiostri e rendendo non comunicanti i due livelli, stravolgendo la pianta e sostanzialmente trasformando il santuario in un monastero. Al progetto partecipò il Richini padre.
Su progetto del Bombarda costruirono un presbiterio al posto del cappellone preesistente e sviluppano la nuova costruzione con 3 navate molto banali.







Ma il peggio deve ancora venire, i monaci di San Francesco di Paola ottengono infatti nel 1599 un nuovo luogo di culto più addentro alla città, Santa Maria alla Fontana era nel Cinquecento infatti in piena campagna, persa in una vasta foresta; viene loro assegnata la chiesa di Sant'Anastasia e annesso convento lungo l'attuale via Manzoni.
Ai primi del Settecento sarà poi demolita e al suo posto sorgerà la chiesa di San Francesco di Paola ancor oggi esistente e terminata, come facciata, solo nel 1890 dall'Alemagna.
Contestualmente i Padri Minori quasi abbandonano Santa Maria alla Fontana, che si riduce a parrocchia di un migliaio di anime sparse in cascine e piccoli borghi nel nord di Milano. Solo il 5 agosto di ogni anno, in memoria della Madonna della Neve apparsa a Papa Liberio nel 352 e al cui culto venne sin da epoca medioevale associata la miracolosa acqua di Santa Maria alla Fontana, il luogo si riempiva di fedeli che andavano in campagna a bagnarsi con le prodigiose acque.
Con l'arrivo di Napoleone gli ordini religiosi vengono sciolti e anche il santuario si svuota e perde definitivamente rilievo.
Nei decenni successivi dell'Ottocento l'area tra il santuario e Milano viene sempre più urbanizzata: arrivano officine, ferriere, stabilimenti. L'area è difinitivamente disboscata, i campi trasformati in strade e il tutto diventà città. La popolazione arriva a superare i 20.000 abitanti già nel 1879. Qualche anno prima, nel 1873, insieme agli altri Corpi Santi anche l'area di Santa Maria alla Fontana entra a far parte di Milano.
Nel 1877 avviene una vera catastrofe per il santuario: uno sversamento di bitume in una vicinissima fabbrica con conseguente incendio tappò lo sfogo delle acque dal sottosuolo.
Venne praticato un foro artificiale per cerca la falda acquifera ma le acque erano ormai compromesse e non più potabili.
Da allora dagli ugelli della fontana esce banalissima acqua dell'acquedotto milanese.
Gli abitanti intanto raddoppiano già ai primi dell'900, tanto che il santuario non è più in grado di accogliere i fedeli.
Nel 1920 vengono quindi approntati importanti lavori per allungare le navate e dare una nuova facciata, di dubbio gusto, al santuario. Il progetto venne affidato agli architetti Griffini e Mezzanotte.






Nello stesso periodo l'intera zona attorno al santuario viene stravolta dalla decisione della Edison di impiantare la più importante sottostazione elettrica del nord Milano esattamente a fianco della chiesa.
Le bombe della Seconda Guerra Mondiale danneggiano gravemente la struttura dell'edificio che sarà restaurato nei primi anni 50. Durante i lavori vennero eliminate parecchie strutture addossate al santuario nei secoli precedenti e fu ritrovata una lastra in pietra originaria da cui usciva l'acqua miracolosa.





Il sacello inferiore fu ristrutturato significativamente da Ferdinando Reggiori nel 1956-60; gli importanti e notevoli affreschi cinquecenteschi e seicenteschi vengono restaurati solo nel 2006/07.






L'Amedeo spesso dimenticato o nemmeno conosciuto è stato uno dei massimi splendori del Rinascimento Lombardo, scultore, ingegnere e architetto di altissimo livello.
Lavorò alla Certosa di Pavia, al Duomo di Milano, a San Satiro, Santa Maria presso San Celso, il Duomo di Pavia, la Cattedrale di Lugano, alla Cà Granda e fu ingegnere ducale per Lodovico il Moro.
Solo pochi anni fa è stata ritrovata la lettera di incarico che affidò i lavori all'Amedeo.
Ciò nonostante continua ad aver valore la tesi secondo la quale ai lavori parteciparono anche Bramante, Cristoforo Solari e Leonardo, soprattutto alla luce di una sospensione dei lavori nel 1509 e, forse, un allontanamento dell'Amedeo e un riaffido dei lavori.
A prova di ciò vengono portati alcuni disegni del Codice Atlantico di Leonardo che riproducono quasi fedelmente porzioni del sacello di Santa Maria alla Fontana.








giovedì 1 ottobre 2015

Ricostruzione del Palazzo dello Sport della Fiera di Milano e contemporaneo allestimento di un palco provvisorio per la ripresa dell'attività del Teatro la Scala.


Dopo la distruzione della Scala, finita la guerra, Toscanini ritornò per dirigere l'11 maggio 1946. La Scala era ancora semidistrutta, necessitava di importanti interventi e subito dopo il concerto del Maestro venne chiusa per ristrutturazione.
Toscanini accettò di dirigere in un teatro temporaneo allestito dentro l'enorme Palazzo dello Sport della Fiera, che fu il primo padiglione a venire ricostruito dopo i bombardamenti, già a fine 1945.
Toscanini fece diverse prove acustiche e seguì gli allestimenti del teatro provvisorio, che inaugurò il 20 luglio 1946 con un applauditissimo Mefistofele di Arrigo Boito.



Per più di un anno la Fiera ospitò La Scala, con altre 50 messe in scena (tra cui il Rigoletto, Aida, Tosca, Lohengrin, Carmen, Cavalleria rusticana e molti balletti).
Il 14 agosto 1946 con la prima di Coppelia di Léo Delibes abbinata ad una replica del Cappello a tre punte di Manuel De Falla, il coreografo Aurelio Milloss organizza una serata di balletti che è anche la prima serata dedicata esclusivamente alla danza nella storia della Scala.
Da notare che il parterre del Palazzo dello Sport ospitava oltre 6.000 spettatori seduti facendone così il più capiente teatro al mondo.










domenica 13 settembre 2015

Il Principe di Milano

Cesare Bruto Benito Rubini nasce a Trieste il 2 novembre 1923,  è stato un pallanuotista, cestista e allenatore di pallacanestro italiano; uno dei pochissimi atleti al mondo inseriti nelle Hall of Fame in due sport differenti. È infatti membro del Naismith Memorial Basketball Hall of Fame dal 1993 in qualità di allenatore di pallacanestro, e dell'International Swimming Hall of Fame dal 2000.
Per decenni sarà soprannominato Il Principe.


Cesare Rubini in una partita amichevole contro il Real Madrid alla metà degli anni '50.


Cesare Bruto Benito, dunque, anche se lui dichiarerà:  “A parte che sono di sinistra, fascista smetto di esserlo vedendo l’arroganza e la prepotenza di italiani e tedeschi durante l’occupazione della mia Trieste, vedendo la Risiera di San Sabba... ho solo una personalità forte», nasce da una famiglia italiana Dalmata che dopo il 1918 scappa e si rifugia a Trieste.
Studia al liceo scientifico Oberdan e inizia a praticare la pallacanestro anche se il mare è sempre stato la sua passione: «Nuoto da quando aveva un anno e mezzo, poi calcio con la Ponziana e atletica con il Guf di Trieste, con un quarto posto agli Assoluti del 1945, specialità 400 metri, il giro che uccide. Il resto è pallanuoto “quando si giocava in mare, l’arbitro su una barca, e un giorno, giudicato colpevole per una decisione ingiusta, l’arbitro fu preso a fiocinate, scappò su quella stessa barca inseguito da una flotta di altre barche a remi, ma il mare era un po’ agitato, l’arbitro cominciò a vomitare e fu salvato su un motoscafo delle guardie di Finanza”.
Rubini preferiva la pallanuoto, senza dubbio. È in piscina che ha goduto, come atleta, di considerazione internazionale. Al punto di essere inserito nella selezione del Resto del Mondo. Non è solo una questione sportiva, è che nella pallanuoto Rubini poteva esprimere al meglio la sua personalità e la sua cattiveria agonistica, ma scelse la pallacanestro per diventare "grande" e per guadagnarsi i soldi per vivere e per garantirsi una carriera da adulto.






Rubini a Camogli tra il 1952 e il 1956.

Si iscrive all'Università di Trieste e nel 1945 diventa capitano della Nazionale universitaria di pallacanestro ed è eletto miglior giocatore della stagione.
Da questo momento inizierà a raccogliere successi in entrambi gli sport da lui amati: la pallanuoto e la pallacanestro.
Nel 1946 conquista la medaglia d'argento con la Nazionale di pallacanestro agli Europei di Ginevra e l'anno successivo si laurea campione europeo di pallanuoto a Montecarlo.
Nel 1947 assume il ruolo di allenatore-giocatore dell'Olimpia Milano. Sempre nel 1947 riceve addirittura le convocazioni nazionali sia nella pallacanestro che nella pallanuoto.
Il medesimo problema si ripresenterà l'anno successivo, il 1948. Cesare Rubini però sceglie lo sport che in quel momento gli dà maggiore soddisfazione. E così con la Nazionale di pallanuoto, capitanata da Mario Majoni, conquista l'oro ai Giochi di Londra battendo in finale l'Olanda. 
Ed è proprio con Rubini che nascerà il mitico "Settebello d'oro", del quale diventerà capitano (con Majoni allenatore) alle olimpiadi di Helsinki del 1952 e agli europei di Torino del 1954, collezionando in entrambe le occasioni una medaglia di bronzo, dietro ad Ungheria e Jugoslavia.
Anche nella pallanuoto Rubini sarà allenatore-giocatore, e conquisterà 6 titoli italiani con la Canottieri Olona di Milano, la Rari Nantes di Napoli e il Camogli.
Disputerà inoltre 84 incontri con la Nazionale, 42 dei quali in veste di capitano.


L'Italia di Rubini Campione Olimpica a Londra nel 1948.




Negli stessi anni consegue numerosi ed importanti successi anche dal punto di vista cestistico, giocando nell'Olimpia Milano di Adolfo Bogoncelli. Rubini disputa 39 incontri con la maglia azzurra prendendo parte agli europei di Ginevra, dove l'Italia conquista il secondo posto, ed agli europei di Praga, di Parigi e di Mosca. 
Inoltre conquista 5 campionati italiani consecutivi, dal 1950 al 1954, tutti come giocatore-allenatore dell'Olimpia Milano.


9 gennaio 1955, Borletti Milano batte Storm Varese 59-56. Una fase di gioco con Yogi Bough al centro, contrastato da Cesare Rubini


Rubini con la maglia dell'Olimpia al campo di via Costanza.


Si dedica esclusivamente al ruolo di allenatore a partire dal 1957, vincendo nove scudetti. In questi anni realizza anche uno straordinario primato, stabilendo un record di 322 vittorie e 28 sconfitte. In totale, Rubini ha vinto 501 incontri alla guida dell'Olimpia. Da allenatore, con la conquista della Coppa dei Campioni nel 1966 e le due Coppe delle Coppe nel 1971 e nel 1972, raggiunge i primi successi internazionali della pallacanestro italiana. Sempre nel 1972 l'Olimpia Milano conquista anche la Coppa Italia.


1 aprile 1966, palazzo dello sport di Bologna. Davanti a 8000 spettatori, il Simmenthal Milano sconfigge lo Slavia Praga e conquista la prima Coppa dei Campioni della sua storia



Ma il ruolo di Cesare Rubini nello sport italiano va oltre i suoi successi sportivi; Rubini sarà colui che porta il professionismo in Italia, che porta una cura maniacale dell'aspetto fisico, della preparazione mentale, del marketing nelle società sportive, il tutto con una ferocia agonistica senza pari e senza risparmiare mai nessuno.
Una ferocia che non gli mancò mai nemmeno mentre giocava nei suoi due sport preferiti.
Celebre la volta in cui aggredì un tifoso sugli spalti durante un Pesaro-Olimpia Milano. Il tifoso gli urlò "sciavo"per tutta la partita, "sciavo" che è il peggior insulto che un istriano o un dalmata possa ricevere;  balza in tribuna, lo afferra e gli spacca il naso. “Non resisto mai quando qualcuno mi chiama così, piombo sul pubblico e scaravento giù chi l’ha detto. È umiliante, perché mia madre fin da piccolo mi dice sempre: ’’noi siamo italiani due volte, dopo la Prima Guerra abbiamo scelto noi di lasciare la Dalmazia’’. E quando sento Fratelli d’Italia io mi commuovo sempre. Altro che s’ciavo”

Quando aveva ormai lasciato lo sport praticato ed era diventato un rappresentate federale, Cesare Rubini esigeva la suite, viaggiando con la Nazionale. E chiedeva sempre due bottiglie di acqua minerale. 
Ma non era un vezzo, quanto la necessità di avere dello spazio in epoche in cui i centri fitness non guarnivano gli hotel. Si alzava molto presto alla mattina, per la sua personale seduta di allenamento. E quando si riuniva con il resto della delegazione, nella sala colazione, aveva alle spalle almeno un'ora di attività fisica, con i pesi e gli inseparabili elastici. Ed aveva bevuto i suoi due litri d'acqua. La cura del corpo era maniacale, non solo stile di vita ma quasi un debito di riconoscenza da saldare con tutto ciò che quel fisico, in gioventù, gli aveva permesso di essere.


Era sempre elegante, Rubini. Il loden, l'abito in principe di galles, l'immancabile foulard in disegno cachemire annodato al collo. Poi, quando c'era da dire qualcosa, non si andava oltre la risposta di due lettere: il suo era un sì, oppure un no. Esigeva rispetto, incuteva timore, con la presenza fisica che era anche scenica e le parole. Memorabile un suo discorso agli allenatori di tutte le rappresentative azzurre, riuniti assieme in coda all'estate del 1991, che era stata trionfale: cinque medaglie vinte, l'argento europeo seniores, l'argento mondiale juniores, l'oro ai Giochi del Mediterraneo, il bronzo agli Europei con le cadette. Rubini si ritrovò davanti Gamba (il suo allievo prediletto, nonché unico consulente quando c'era de decidere), Blasone, Di Lorenzo e Tommei. Tutti col bel petto in fuori. Ma Rubini ne ebbe per tutti, dal primo all'ultimo: c'era stato chi, nel successo, aveva dimenticato di ricordare il supporto di quanti dello staff federale avevano lavorato nell'ombra; oppure era caduto nel celebrare troppo se stessi, a scapito dei giocatori.

Tra le sue mani si è sviluppato il basket moderno. O forse lo ha davvero inventato lui. Era il basket che passava dai campi all'aperto agli impianti pieni. Il basket che iniziava a comunicare e Rubini ne era il comunicatore supremo. Le maniere non sempre erano buone, ma erano le sue. 
E con Rubini non c'era mai il rischio di cadere nell'equivoco. A Milano incontrò Adolfo Bogoncelli, il partner giusto per far nascere quello che sarà il mito dell'Olimpia. Avevano l'identico obiettivo, dominare dando spettacolo. Rubini, in panchina, lo era già "il Principe" per tutti quando iniziò a vincere uno scudetto dietro l'altro (15, alla fine) e pure portando in Italia la prima Coppa dei Campioni (1966).
Portarono, Rubini e Bogoncelli, la prima sponsorizzazione nel basket, il Simmenthal, portarono le scarpe All Stars tutte rosse, come le divise, in un mondo che era b/n, portarono spettacoli di intrattenimento pre partita al gigantesco Palasport della Fiera in Piazza 6 febbraio che l'Olimpia Simmenthal di Rubini riusciva a riempire in ogni partita, 18.000 spettatori paganti.

Rubini stesso ammise di non essere un allenatore di basket nel senso totale in cui lo furono alcuni suoi celebri avversari, come il professore Aza Nikolic. Rubini era un motivatore e soprattutto un general manager ante litteram, e sapeva circondarsi non di yes men ma di uomini capaci. Tra loro Sandro Gamba, suo vice per anni all'Olimpia, che fu il vero allenatore sul campo nell'epopea Simmenthal e Dido Guerrieri.

Rubini sapeva riconoscere però i veri giocatori, sapeva trovarli, sapeva e aveva il coraggio di scelta azzardate. Emblematico il caso con Gianfranco Pieri, triestino pure lui, che a 17 anni esordisce in Serie A con la Ginnastica Triestina, e domina il campionato nel ruolo di pivot/centro, con la sua mole e un'altezza di quasi 195 centrimetri, ragguardevole per i primi anni 50; in un match proprio contro l'Olimpia Milano, con Rubini allenatore e giocatore, segna 34 punti e si rivela immarcabile, Porta Trieste sino al secondo posto dietro la Virtus Bologna, e l'anno dopo passa a giocare proprio per l'Olimpia. Rubini prende il miglior pivot della Serie A, 18 anni, e lo trasforma nel playmaker, regista, della sua squadra. Ovviamente Pieri con la sua altezza è totalmente immarcabile da qualsiasi altro pari ruolo e diventa con Sergio Stefanini, Romeo Romanutti e Cesare Rubini un pilastro inamovibile dell'Olimpia Simmenthal che vincerà 9 campionati in 11 anni, oltre che alla Coppa Campioni del 1966.

Altro giocatore emblematico dell'Olimpia targata Rubini fu Arthur Kenney, chiamato a Milano Art il Rosso. Giocò solo 3 stagioni ma divenne un monumento assoluto per i tifosi biancorossi.
Rubini lo scovò a Le Mans, una oscura squadretta francese. Un 204 centrimetri di cattiveria e furia agonistica senza pari, esattamente come era Cesare Rubini. 
Tra i due si sviluppò un legama padre figlio, tanto che durante un incontro di Coppa delle Coppe quando il giocatore jugoslavo Zoran Slavnić della Stella Rossa di Belgrado colpì il coach Rubini con un calcio al basso ventre.  Art Kenney cercò di vendicare il proprio allenatore inseguendo Slavnić fino alle tribune, venendo anche colpito da manganellate della polizia jugoslavia e scatenando una furibonda rissa coi una dozzina di tifosi slavi. Riuscì in qualche modo a salvarsi, rientrando negli spogliatoi ridendo ricoperto di lividi e sangue. Ma aveva vendicato coach Rubini.



Dopo la panchina iniziò la carriera in Federazione, da plenipotenziario azzurro, perché la definizione di "consigliere federale con delega alle squadre nazionali" è sempre stata riduttiva, per come interpretava il ruolo. In un'epoca nella quale arrivarono l'argento all'Olimpiade di Mosca '80, ed agli Europei l'oro a Nantes '83, l'argento di Roma '91 ed il bronzo di Stoccarda '85. 

Da Dalmata e Triestini non amava ovviamente gli slavi, per ragioni politiche, ma li ammirava per la loro furbizia e cattiveria in pallacanestro, pallanuoto, calcio e pallamano, sport che lo stesso Rubini praticò. Ammirava invece gli USA, dove viaggiò decine di volte pur non parlando nemmeno una parola di inglese, ma facendosi sempre accompagnare da qualche suo giocatore o vice allenatore che gli facevano da interprete. 
Non si arricchì mai con lo sport, negli anni 50 e 60 gli ingaggi erano bassi sia nel basket che nella pallanuoto, e anche dopo, come allenatore e poi come dirigente federale non si dimenticò mai delle sue radici umili e della povertà patita durante l'esodo dalla neo Jugoslavia e dei durissimi anni di Trieste nel Dopoguerra.
Di certo c’è che davanti a una super offerta dell’Ignis Varese del Commendator Borghi, che lo avrebbe arricchito veramente, Rubini disse no. 



Era triestino, si sentiva a suo agio in tutta Italia, ma la casa che si era scelto era Milano.
Fu grande amico di Ottavio Missoni, strinse un rapporto sincero con il grande rivale Dino Meneghin, fu fratello maggiore di Sandro Gamba e padre di tutto il basket italiano e di una buona parte della pallanuoto.

"Non meritava la lenta agonìa con la quale ci ha lasciati" ha commentato Dino Meneghin, presidente federale di oggi, suo giocatore in azzurro, grande rivale in Ignis-Simmenthal.
L'alzheimer ha fatto il suo corso, minando un po' alla volta proprio quel fisico che per un vita intera era stato perfetto, invidiato, invincibile.
Scomparso a causa di una broncopolmonite l'8 febbraio 2011.
In suo onore, dal maggio 2011 il palazzetto dello sport di Trieste è intitolato a lui.
Il 2 novembre 2011 le sue spoglie sono accolte al Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, tra i grandi milanesi illustri.