domenica 29 marzo 2015

La bella Gigogin


La bella Gigogin è un canto patriottico milanese e poi italiano, musicato da Paolo Giorza nel 1858-

Rataplan! Tambur io sento
Che mi chiama alla bandiera.
Oh, che gioia, o che contento
io vado a guerreggiar.
Rataplan! Non ho paura
delle bombe e dei cannoni;
io vado alla ventura
sarà poi quel che sarà.
E la bella Gigogin
col tramilerilerela
la va a spass col so spingin
col tramilerilelà.

Di quindici anni facevo all’amore,
daghela avanti un passo, delizia del mio cuore;
a sedici anni ho preso marito,
daghela avanti un passo, delizia del mio cuore;
a diciassette mi sono spartita,
daghela avanti un passo, delizia del mio cuor.
La ven, la ven, la ven alla finestra;
l’è tutta, l’è tutta, l’è tutta incipriada,
la dis, la dis, la dis che l’è malada
per non, per non, per non mangiar polenta,
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza,
lassàla, lassàla, lassàla maridà.

Le baciai, le baciai il bel visetto,
cium, cium, cium,
la mi disse, la mi disse: oh che diletto
cium, cium, cium,
là più in basso, là più in basso in quel boschetto,
cium, cium, cium,
anderemo, anderemo a riposà
ta – ra – ra – tà – tà.



Durante l'occupazone austriaca successiva al fallimento della Prima Guerra d'Indipendenza, l'insofferenza verso gli stranieri crebbe a dismisura a Milano.
Luogo dove nobili e borghesi potevano manifestare il loro stato d'animo erano i teatri.
La prima avvisaglia di insofferenza si ebbe alla Scala (che in realtà si chiama Teatro alla Scala), quando la ballerina austriaca Fanny Elssler, famosissima e, pare, bellissima, nel febbraio del 1848 incassò una all’apparenza ingiustificata, ma durissima contestazione, ripetuta nelle serate seguenti al punto che la poveretta ruppe il contratto e tornò con il morale malconcio a Vienna. Il pretesto era stato banale e insieme significativo: le allieve della scuola di ballo avevano deciso di entrare in scena portando la medaglietta di Pio IX, allora improvvidamente considerato alfiere dell’unità d’Italia, proprio lui che avrebbe fatto di tutto per impedirla, e la Essler, convinta e fedelissima suddita, si era opposta al punto da minacciare il proprio ritiro dallo spettacolo. La cosa, arrivata al pubblico, aveva provocato la gazzarra.
Di lì a pochi giorni accadde il resto, e fra il 18 e il 22 marzo sulle strade di Milano trovarono la morte un migliaio fra patrioti e militari austriaci, per il prologo di quella che sarebbe stata la I Guerra di Indipendenza. Ma si trattò di una guerra che il Piemonte perse, e l’euforia dei milanesi durò il poco che doveva durare.
Gli austriaci tornarono con il dente avvelenato, la repressione che ne seguì fu dura, e Svizzera e Piemonte si riempirono di fuorusciti. Da allora la Scala, con la platea al solito affollata dalle giacche bianche degli ufficiali occupanti, venne provocatoriamente disertata in favore del Carcano, ed è su quel palcoscenico a pochi passi dalle nebbie degli orti fuori porta che debuttò una canzone destinata a entrare nel cuore della cultura popolare della città, cioè “La bella Gigogin”. La sera del 31 dicembre 1858 la banda civica diretta dal maestro Gustavo Rossari, accompagnata dal coro, la eseguì in prima assoluta, e dovette replicarla la bellezza di otto volte.
Poi, alle quattro del mattino, uscendo per il programmato omaggio al viceré austriaco, altro non fece che suonarla per l’intero percorso, con quel “daghela avanti un passo” che elettrizzò i milanesi scesi in strada per fare ala all’evento. Il viceré se la trovò così cantata sotto casa, e pare non si sia reso conto di cosa nascondesse quel testo all’apparenza sconclusionato e innocente.
Il tema principale del canto era l'invito a Vittorio Emanuele II a fare avanti un passo, inteso a "fare l'Italia", diventò quasi subito una canzone patriottica.
Alludeva anche al fatto che le truppe italiane dovevano scacciare via quelle austriache e viene usato il termine polenta perché la bandiera austriaca è gialla come la polenta. Venne scritta in dialetto perché gli austriaci non ne capissero il significato.Gigogin è il diminutivo dialettale piemontese di Teresa, ma la leggenda narra che la Gigogin fosse una splendida ragazza milanese che durante le Cinque Giornate di Milano, da una delle barricate di Porta Tosa sgusciò tremante per il freddo. Si seppe che era fuggita dal collegio e che aveva deciso di battersi con i patrioti.
Luciano Manara la incaricò di portare un messaggio urgente allo stato maggiore dell’esercito sardo (a La Marmora, colonnello dei Bersaglieri). Eseguì l’ordine. Ritornata a Milano, fece la vivandiera degli insorti, e conobbe Goffredo Mameli.
Tra i due nacque, sembra, un grande amore, ma la Gigogin dovette seguire i volontari di Manara al fronte.
A Goito fu in prima linea, a soccorrere e a dar da mangiare ai soldati di Carlo Alberto. L’esercito sardo venne sconfitto, la Gigogin riprese la strada di casa, destinata nuovamente al collegio.
La leggenda continua con il suo fantasma che avrebbe assunto sembianze umane, guarda caso quelle di una vivandiera, nelle battaglie della guerra del ’59: a Magenta e a San Martino.
Al termine dei combattimenti sarebbe scomparsa.
Della Gigogin non si sa nulla, nemmeno se sia realmente esistita, e quasi certamente era una allegoria della Lombardia stessa, essendo Teresina il nome che la carboneria aveva dato alla regione durante i moti ottocenteschi e Gigogin, come detto ne è un vezzeggiativo. Questa figura di bella giovane coraggiosa che aiutava i soldati in battaglia doveva sollevare il morale delle truppe lombardo piemontesi; certo è che la sua canzone musicata da Paolo Giorza nel 1858 divenne immensamente popolare dopo il capodanno al Carcano.


Già l'anno successivo le truppe sabaude, rinforzate da migliaia di fuoriusciti lombardi che avevano portato con loro la storia e la canzone della Gigogin, insieme agli Zuavi di Napoleone III°, combatteranno a Magenta contro gli Imperiali Austriaci intonando proprio La Bella Gigogin.
Divenne subito l'inno ufficiale dei Bersaglieri e dei Cacciatori delle Alpi. La sua diffusione fu talmente grande che gli stessi austriaci nei primi mesi non ne capirono il doppio senso indipendentista, tanto che il 24 giugno 1859, a Solferino nella battaglia decisiva per l'Indipendenza dell'Italia pure la loro banda sul campo di battaglia suonò La Bella Gigogin nello stesso momento in cui francesi ed lombardo-piemontesi la intonavano sul fronte opposto!
A Solferino venne combattuta la più grande battaglia della storia e tale fu sino alla Grande Guerra. Si fronteggiarono oltre 230.000 soldati e vi furono oltre 30.000 morti e altrettanti feriti. Da questa carneficina "naque" la Croce Rossa.
Quando pochi mesi dopo da Quarto salparono i Mille di Garibaldi, a bordo delle navi si intonava solo una canzone, ovviamente La Bella Gigogin.
Subito dopo l'Unitò d'Italia La Bella Gigogin venne proposta come inno nazionale, salvo poi vedersi preferire una canzone di quel Mamali, che la leggenda narra essere stato l'ultimo grande amore della Gigogin.
Per anni e anni, ad ogni apparizione pubblica di Giuseppe Garibaldi, veniva immediatamente intonata La Bella Gigogin.
In un passo de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (nonché nell'omonima trasposizione cinematografica di Luchino Visconti) alcuni giovani cantano strofe de La bella Gigogin "trasformate in nenie arabe, sorte cui deve assuefarsi qualsiasi melodietta vivace che voglia essere cantata in Sicilia".
Da decenni è anche la sigla ufficiale (solo melodia) del Gazzettino Padano, giornale radio della Lombardia trasmesso dalle stazioni di Radio Rai.



Quanto a colui che ha musicato La Bella Gigogin, Paolo Giorza, si ricorda che nacque a Milano l'11 novembre 1832 ed Era figlio di Luigi, pittore e cantante baritono drammatico. Fu proprio il padre ad iniziarlo alla musica.Nel corso della sua vita, produsse e scrisse oltre 40 spartiti tra cui vari valzer; viaggiò in buona parte del mondo lavorando a Venezia, Vienna, Londra e Parigi prima di approdare in America ed in Australia. Nel 1858 scrisse la celebre "La bella Gigogin" diventata successivamente una canzone tanto famosa quanto amata, durante la Seconda guerra di indipendenza.
È del 10 marzo 1860 invece, la rappresentazione della sua prima opera lirica, dal titolo "Console di Milano" che riprendeva un episodio reale di storia lombarda. Su invito di Garibaldi, scrisse nel 1866 "Inno alla guerra", paroliere Plantulli. Altre opere che si ricordano: "La capanna dello zio Tom" (metà 1860) e nel 1867 si spostò nelle Americhe collaborando con vari teatri e cantanti.
Nel 1871 arrivò in Australia dove ebbe successo sia come compositore che come maestro tanto da essere annoverato, insieme ad Isaac Nathan, il più significativo musicista che lavorò in Australia nel XIX secolo.
Morì in miseria a Seattle il 4 maggio 1914.


I Martiri di Gorla del 20 ottobre 1944




L’incursione aerea del 20 ottobre 1944 era già stata programmata dal febbraio del 1944 dal Comando della 15° Air Force degli Stati Uniti d’America che individuava negli stabilimenti milanesi del nord est un obiettivo strategico da colpire. “Due gruppi arrivarono sui bersagli assegnati ed eseguirono regolarmente il bombardamento; il gruppo che doveva attaccare la Breda era composto da 35 aerei. Gli aerei procedevano in due ondate, la prima di 18 aerei la seconda di 17. Gli aerei procedevano senza scorta di caccia e, del resto, non ce n'era bisogno: la reazione contraerei era prevista nulla, come in effetti fu; non apparvero aerei nemici. I bombardieri, che procedevano a 160 miglia orarie, portavano ciascuno 10 bombe da 500 libbre”.



Gli aerei si presentarono dopo una navigazione regolare e in formazione stretta e assunsero rotta verso la Breda ma a questo punto tutto cominciò ad andare storto. Le bombe del "group leader", aereo di testa della prima ondata, vennero sganciate prima per un corto circuito dell'interruttore di lancio.
Il "deputy leader" sull'aereo a fianco non sganciò, ma tutti gli altri aerei lo fecero e le bombe caddero sparpagliate sulle campagne circostanti: solo alcuni arrivarono a sganciare le bombe sul bersaglio, o vicino, perché molte caddero sullo stabilimento Pirelli, contiguo a quello della Breda, provocando decine di morti. La seconda ondata d'attacco era rimasta distanziata: assunta la rotta d'attacco, questa risultò soggetta ad una deriva di 15° sulla destra.
Quando il "leader" della formazione s'accorse dell'errore era troppo tardi e tutti gli aerei della seconda ondata, vista la situazione e per liberarsi subito del carico, sganciarono le bombe immediatamente a sud est del bersaglio e presero la rotta del ritorno. Il comando criticò ampiamente l'operato del 451° Group, dichiarando che la missione fu un fallimento totale per scarsa capacità di giudizio e scadente lavoro di squadra. Non risulta però nessuna eco da parte degli statunitensi di quanto era successo a terra dove erano avvenute tragedie inimmaginabili.



A Gorla la Scuola Elementare “Francesco Crispi” aveva due turni per la presenza di molti bambini del quartiere; in quella mattina tersa e luminosa erano presenti in poco più di 200. Gli alunni che abitavano nelle case del quartiere Crespi-Morbio andavano a scuola nel pomeriggio per cui all'ora dell'attacco non erano a scuola. Pochi gli assenti o perché malati o perché, vista la bella giornata, avevano deciso di marinare la scuola. Al momento del piccolo allarme quasi tutte le maestre cominciarono a preparare gli scolari perché scendessero nel rifugio; altre cercarono di informarsi prima per sapere se si trattava delgrande o del piccolo allarme. 
Quando alle 11.24 suonò la sirena per la seconda volta i primi bambini avevano cominciato a raggiungere il rifugio, altri si trovavano ancora sulle scale; in quel momento gli aerei erano già in vista. 
A questo punto alcuni bambini più svelti di altri decisero di fuggire dalla scuola per raggiungere casa. Una quinta elementare, quella del maestro Modena, riuscì a scappare al completo perché si trovava al piano terreno. 
Per tutti gli altri il destino fu diverso: una bomba s'infilò nella tromba delle scale e scoppiò provocando il crollo dell'edificio, delle scale e anche del rifugio facendo precipitare tutti i bambini con le maestre nel cumulo di macerie. Anche parecchi genitori che al momento del piccolo allarme erano corsi alla scuola per riprendere i propri figli perirono nel crollo





“Scrivo una pagina dolorosissima nella storia della parrocchia. Giornata limpidissima serena, d’autunno in brevi istanti fu tramutata in una giornata di lutto e di pianto e di desolazione. Alle 11.15 suonò il piccolo allarme, non se ne fa caso, e pochi minuti dopo il grande allarme. Squadriglie di numerosi quadrimotori inglesi e americani vengono rapidamente da Sesto S. Giovanni, lanciando sul rione bombe a tappeto innumerevoli. In pochi minuti, molti fabbricati della parrocchia son ridotti ad un cumulo di rovine. Davanti alla gradinata della chiesa è caduta una bomba che fortunatamente ha fatto cadere solo i vetri della parte Ovest e squassata la bussola della porta d’entrata nonché i vetri della casa parrocchiale e dell’oratorio maschile. Esco dal recinto dell’oratorio, spettacolo più raccapricciante si presenta al mio sguardo. Mamme che disperate corrono alla vicina scuola dove una bomba caduta sul fabbricato e precisamente nella tromba delle scale seppellisce più di 200 tra bambini ed insegnanti sotto le macerie. Si inizia l’opera di salvataggio ma tranne i primi e non più d’una decina che vengono estratti ancor vivi, tutti escono deformi cadaveri maciullati a cui si amministra dai Sacerdoti della parrocchia e da quelle limitrofe l’Estrema Unzione e l’assoluzione sotto condizione. Alle 15 giunge sua Eminenza l’’Arcivescovo a consolare le mamme e rendersi edotto dell’orribile catastrofe. Il Parroco in quel momento è assente per un funerale in parrocchia. Si rimane sulle macerie fino a tarda ora della sera, mentre i vigili del fuoco lavorano tutta notte ad estrarre i corpi delle vittime.”



Appena finito il bombardamento e sollevatosi il polverone grigio e soffocante provocato dagli scoppi, i cittadini che erano più vicini alla scuola si accorsero subito della tragedia e diedero l'allarme. Benché i danni in città riguardassero anche altre zone lo sforzo maggiore dei soccorsi fu concentrato sulla scuola elementare dove incominciarono ad accorrere i padri e le madri dei ragazzi. La Prefettura di Milano fu informata quasi subito dell'avvenimento e provvide a dare gli ordini necessari: arrivarono i militi dell'Unpa (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), quelli della Gnr (Guardia Nazionale Repubblicana), i vigili del fuoco, gli operai delle fabbriche circostanti (molti erano i padri dei bambini), ma quasi subito fu chiara a tutti la dimensione della tragedia.
Dalle macerie venivano estratti quasi soltanto dei morti; molto attivo in quei momenti fu un giovane sacerdote, Don Ferdinando Frattino che con il suo deciso intervento negli scavi contribuì a salvare molti bambini: gli scolari morti furono 194 più tutte le maestre, la direttrice e il personale ausiliario. Di quello che avvenne nella scuola nei suoi ultimi momenti restano le testimonianze spesso drammatiche e commoventi dei bambini, ora divenuti adulti, che a qualsiasi titolo riuscirono a sopravvivere.

Nel frattempo un'altra scuola elementare a Precotto era stata distrutta dalle bombe, ma qui tutti i bambini erano già nel rifugio; anche qui accorsero i genitori che, con l'aiuto dei vigili del fuoco e di Don Carlo Porro (sacerdote molto attivo nei soccorsi) riuscirono ad estrarli vivi dalle macerie.
Molte altre zone della città furono colpite; alcuni quartieri furono gravemente danneggiati compreso un gruppo di case popolari della fondazione "Crespi Morbio" (viale Monza). 

In totale i morti accertati in città furono 614 oltre a tutti i feriti e alle numerose case distrutte. Alcune bombe caddero anche sullo scalo merci di Greco avvalorando per anni l'opinione che questo fosse il reale bersaglio dell'attacco. Altra ipotesi diffusa per anni fu di attribuire il massacro agli inglesi, giudicati più crudeli, mentre gli statunitensi avevano la fama di essere "buoni". Gli uffici funebri in Duomo, nonostante le proteste di parecchi parenti delle vittime, divennero un mezzo per attaccare gli Alleati con la propaganda e fomentare l'odio dei milanesi. I funerali furono celebrati nella chiesa di Santa Teresa, a Gorla.



Le mamme avevano gli occhi sbarrati dal dolore. «Ero ferma davanti alle macerie della scuola crollata, ci sono stata per ore, e il mio bambino era là sotto. Era di venerdì, soltanto alla domenica mio marito l'ha trovato all'obitorio, tutto nudo ma bello, l'ha riconosciuto dai capelli che erano biondi. A fianco a lui c'erano dei sacchi con pezzi di bambini».
Una delle mamme «con gli occhi sbarrati e instupidite dal dolore», come furono descritte all'epoca, simbolo delle 200 che hanno perso i loro figli per colpa della guerra, ha 87 anni. Vive a Bergamo da 32 e ogni anno si trova lì, in silenzio dignitoso, davanti al monumento in che ammonisce a lettere cubitali: «Ecco la guerra».

Piange ancora, 59 anni dopo, Gina Fiorentini, all'anniversario della più commovente strage italiana avvenuta durante la seconda guerra mondiale. Li hanno chiamati angeli, creature innocenti. Col tempo si sono conquistati l'appellativo onorevole di «Piccoli Martiri di Gorla». Nella piazzetta alle spalle di viale Monza, a ridosso della Martesana, dove una volta c'era la scuola elementare Francesco Crispi, ci sono solo ricordi amari per una manciata di mamme ancora vive.

Dario Franchi nel 1944 era un alunno di prima elementare. «Aveva sette anni perchè ha dovuto ripetere, è stato bocciato. Non era colpa sua, sono io che ho scoperto che la maestra lo picchiava col righello e l'ho detto alla direttrice. Era buono Dario, e aveva paura di tutto. Degli aerei non ne parliamo, si tappava le orecchie, poverino.

Quella mattina è andato a scuola con i suoi compagni e io l'ho fermato sulla porta perchè ho visto che aveva l'orlo del grembiulino nero scucito. Gliel'ho attaccato di corsa e ho pensato «chi cuce indosso va nel fosso». Mio Dio, che pensiero mi è venuto, alle 11 e 25 la bomba me l'ha portato via per sempre». Gina Fiorentini faceva la sarta in casa, il marito l'operaio alla Breda. Alle 11 e 20 suona la sirena, ma solo la seconda, non quella che avvertiva per tempo dell'avvistamento degli aerei. Erano 100 bombardieri alleati diretti da Foggia alle fabbriche metalmeccaniche oltre la ferrovia di Greco, la Breda, la Falck, la Marelli. Uno di loro si stacca dal gruppo e sbaglia rotta, un errore di 22 gradi che gli impedisce di sganciare sull'obiettivo. Pur di liberarsi del carico, o chissà perchè, il pilota americano decide di sganciare dove si trova: sotto di lui vede case e strade, ma sgancia ugualmente. Una bomba centra la scuola di Gorla, le altre a tappeto radono al suolo l'area periferica di Milano che alla fine raccoglie 635 cadaveri.

Fanno in tempo a scendere in rifugio gli alunni della scuola elementare di Precotto e si salveranno tutti. Non ce la fanno invece quelli di Gorla. «Era una giornata limpida e quei delinquenti hanno sbagliato. Quando ho sentito il colpo forte sono uscita per strada, come tanti. Abitavo in via Asiago ed ero in ciabatte, subito incontro uno in bicicletta che mi dice la scuola di Gorla è venuta giù tutta, ci sono solo macerie. Ho creduto di impazzire. Mio marito non lo trovavo, nessuno rispondeva al telefono della Breda, credevo fosse morto anche lui e invece quando alle 4 e mezza sono tornata a casa, ero stata lì tante ore senza trovare il mio Dario e senza poter fare niente, mi viene incontro e ci siamo abbracciati forte. Aveva saputo cos'era successo solo poco prima, all'uscita dalla fabbrica».

Nove anni dopo la morte del suo bambino, Gina Franchi ha avuto un altro figlio e l'ha chiamato Dario: «Insegna ai ragazzi, è nato per insegnare. E' un uomo giusto».
Nella cripta dove riposano i 184 piccoli più i 20 che abitavano nelle vicinanze, neppure Gesù ha parole di pietà per gli errori umani: «E vi avevo detto di amarvi come fratelli».


Con la liberazione la fine di un incubo ma anche il carico di un’enorme responsabilità: la ricostruzione della dignità umana così fortemente provata dalle vicende e dalle atrocità belliche. Dopo la lenta faticosa ricostruzione di ciò che era andato perduto, case, scuole, fabbriche, luoghi di culto e ritrovo, venne eretto un monumento presso il ponte vecchio di Gorla ad opera dello scultore Remo Brioschi. Il sacrificio di 184 alunni e 14 maestri venne così ricordato insieme ad un accorato appello contro la guerra immortalato nell’immagine straziante della madre con il bimbo esanime in braccio. La piazza fu ribattezzata in quell’ occasione: Piazza dei Piccoli Martiri di Gorla.
Il monumento, un blocco marmoreo sormontato da due pilastri, riporta una scritta a caratteri cubitali: “Ecco la Guerra”; ai piedi dei pilastri, la statua bronzea di una madre dolente che esibisce il figlio morto fra le proprie braccia. L’episodio si ricollega molto probabilmente a ciò che realmente accadde quando una madre, forse la prima madre, estrasse dalle macerie il corpicino del suo bambino e se lo portò via a dispetto di tutte le ordinanze. Sul pilastro di sinistra, in rilievo, un aereo sormonta la scuola ancora intatta mentre, su quello di destra, lo stesso aereo allontanandosi lascia sotto di sé il carico di distruzione. Sul retro del monumento due scale portano alla cripta che accoglie i resti dei piccoli alunni e delle loro insegnanti. L’abside della cripta è interamente occupata da un mosaico con il volto di Cristo; sotto il mosaico la vittima sacrificale: un bimbo, uno dei tanti innocenti caduti in quella terribile tragedia; verso di lui sembrano andare le mamme piangenti; in alto troneggia la scritta: ”Vi avevo detto di amarvi come fratelli”.




Il monumento fu voluto fortemente dai parenti. Il terreno dove sorgeva la scuola fu messo in vendita dal Comune dopo la tragedia e sarebbe stato, secondo quanto si diceva in giro, utilizzato per la costruzione di un cinema. I genitori allora decisero di istituire un Comitato e di fare un esposto al Comune; poi si recarono a Palazzo Marino dove, dopo molte insistenze, ottennero dal Sindaco Antonio Greppi la concessione del terreno su cui far erigere il monumento-ossario per tenere uniti i loro figli e ricordare al mondo il sacrificio delle vittime innocenti della guerra.
Il Comitato si adoperò in mille modi per procurarsi i fondi necessari per avviare i lavori. Si incominciò a scavare tra le macerie della scuola e a togliere ad uno ad uno i mattoni: ogni mattone, se era in buono stato, valeva due lire, se era rovinato una lira soltanto, ma il ricavato della vendita era troppo poco. Si iniziò allora a raccogliere e vendere i tappi di stagnola delle bottiglie del latte. I genitori contribuirono in parte alle spese anche se, subito dopo la guerra, i soldi erano pochi e la vita era davvero molto difficile per tutti; fu anche organizzata una serata di beneficenza al Teatro alla Scala. Con i fondi ricavati si poterono iniziare i lavori. Occorrevano però altri fondi: le Acciaierie Falck offrirono materiali di ferro il cui ricavato della vendita permise di proseguire i lavori. La Rinascente offrì il marmo di Candoglia che avanzava dalla ricostruzione della sua sede distrutta dalla guerra: venne utilizzato per i loculi delle piccole vittime. In seguito, venne organizzato un concorso tra alcuni scultori per eseguire un bozzetto del monumento da dedicare ai piccoli martiri e ai loro insegnanti. Fra questi fu scelto quello dello scultore Remo Brioschi, che, commosso, aiutò il Comitato realizzando l’opera d’arte dietro un compenso minimo. Finalmente il 20 ottobre 1947 il monumento fu inaugurato durante l’annuale celebrazione del triste evento, avvenuto tre anni prima a perenne monito contro la guerra. 


Tutti gli anni, nel giorno del tragico anniversario, si tengono le celebrazioni cittadine per ricordare l’episodio luttuoso e per riflettere sulla stoltezza degli uomini.


domenica 15 marzo 2015

La Cascina Arzaga



“ Cascina Arzaga … La via omonima ci conduce alla nota cascina. Si tratta di una costruzione campagnola di stile quattrocentesco che testimonia l’antica presenza di una comunità religiosa più la presenza di signori in cerca di svaghi. La fronte della costruzione è in cotto e chiusa alle ali da facciate di pietra ornate di decorazioni goticheggianti. Un ampio portale introduce nell’ampia corte occupata per tre lati da una loggia a grandi archi acuti dimezzati nella loro altezza in modo da consentire l’uso ad abitazione civile. Il lato aperto verso la campagna è occupato in parte dalle costruzioni dell’antica chiesetta ora abbandonata, ed in pietosissime condizioni, curiosa costruzione che riproduce in minori proporzioni la forma della vera chiesa di S. Carlo al Lazzaretto. I nuovi cantieri sorti attorno all’Arzaga le hanno tolto il respiro e mutato profondamente l’aspetto di questa zona che, poco più di dieci anni fa, era rifugio dei ricercatori di pace campestre a quattro passi dal centro metropolitano. In questo nuovo quartiere Arzaga sarà costruita la chiesa dedicata ai Santi Patroni d’Italia su progetto dell’arch. Antonello Vincenti.” 

Da “Passeggiate milanesi fuori porta” a cura di Raffaele Bagnoli Almanacco della Famiglia Meneghina 1965.



Enorme cascinale, era il punto di riferimento per tutto il Contado di Porta Vercellina. Cascina Arzaga era formata da due cortili tra loro comunicanti. Il primo racchiudeva l’aia, la chiesetta ed un lungo corpo di fabbrica disposto ad “U” con le case dei salariati, un grandioso portale d’ingresso ad arco acuto e la casa padronale. Il secondo cortile era molto più ampio e comprendeva la grande stalla delle mucche, il ricovero dei buoi e la scuderia dei cavalli. L’uscita verso i campi era protetta da un robusto cancello in ferro battuto. Spaziosi porticati completavano il cortile su tutto il suo perimetro. Al riparo dalle intemperie, sotto il porticato di comunicazione tra i due cortili, era posizionata la pesa. Anche l’androne era richiudibile con un cancello in ferro battuto. L’abbeveratoio per il bestiame era costituito da una lunga vasca scolpita nel granito. Si trattava di un’opera monumentale, di grande valenza architettonica.





L’acqua, estratta dal sottosuolo con robuste pompe a stantuffo azionate manualmente, fuoriusciva dalla bocca di due artistiche teste di leone sistemate agli estremi. Si trattava di un lavoro massacrante, che doveva essere eseguito più volte al giorno e tutti i santi giorni dell’anno. Un grande giardino con orto e frutteto si estendeva a nord della casa padronale.
Nei terreni adiacenti scorreva il Roggione Castelletto “el Rongion”, un grande fontanile con la sorgente nei pressi dell’attuale piazzale Siena. Gli ultimi proprietari dell’Arzaga furono i signori Parravicini. La monumentale cascina venne demolita nottetempo, negli anni ’60, provocando vibrate proteste nella cittadinanza: un’altra vittima illustre “sacrificata” all’espansione frenetica della Città nel periodo del cosiddetto “boom economico”.



Dell’antico e storico complesso rimane solamente, a titolo di modesto risarcimento morale, il nome della strada che collega le vie Bartolomeo D’Alviano, San Gimignano e Primaticcio. Le sue aree agricole erano irrigate con la Roggia Patellana con sorgente principale (l’attuale fontanile Patellani) a Settimo Milanese. Nella Roggia Patellana, oltre alle acque “vive” dei fontanili Patellani, Acquani e Masonè, confluivano le “colature” di parte delle aree agricole di Cascina Linterno.
Un complesso sistema idraulico gestito con perizia dal suo “campèe” che, oltre alla razionale distribuzione delle acque alle coltivazioni di Cascina Arzaga, esercitava una meticolosa sorveglianza per l’applicazione delle rigide norme e servitù d’acqua vigenti. “El Luisett” fu l’ultimo “campèe” del Patellani.





Alla chiusura della Cascina Arzaga, nonostante l’età avanzata, la schiena ricurva ed altri fastidiosi acciacchi di salute, continuò l’attività agricola presso l’Azienda Agricola Proverbio di Cascina Linterno. Era un esempio per tutti, per la proverbiale saggezza ed il comportamento equilibrato. Mai una parola fuori posto, dotato di una calma proverbiale, mai un litigio, un dissapore, Persona veramente eccezionale; un vero “campèe”, un “uomo della legge”, l’autorità indiscussa sul Territorio. Cascina Linterno e l’Arzaga sono sempre state strettamente correlate tra loro per l’utilizzo delle acque. La Linterno, infatti, era l’unica cascina che poteva vantare il diritto di attingere le acque del Patellani attraverso due imponenti chiuse situate rispettivamente in via Pompeo Marchesi e nei pressi della Cava Casati all’altezza di via Rossellini.
La prima chiusa non esiste più, mentre la seconda, detta del “Trii Baselloni” è ancora presente e funzionante grazie all’intervento di restauro e di ripristino della funzionalità idraulica compiuta da Italia Nostra (in qualità di gestore del Parco delle Cave) in stretta collaborazione con alcune Associazioni di Volontariato (Guardie Ecologiche, Ovestmania, Comitato Rossellini) e gli Amici della Linterno.
 http://cascinevercellina.xoom.it/Pdf/11-ott05-Arzagaedintorni.pdf

Lo zoo dei Giardini Pubblici di Milano



Durante la seconda metà dell'800 nei Giardini Pubblici di Porta Venezia iniziarono a comparire gabbie con animali esotici e voliere per uccelli tropicali. Le nuove attrazioni ebbero un clamoroso successo tanto che nel 1923 venne inaugurato nell'angolo nord occidentale degli stessi Giardini il nuovo zoo di Milano.




Per decenni rimase una delle massime attrazioni per i bambini milanesi. Si veniva "accolti" dalle giraffe e subito dopo dal baccano creato dalle otarie e dalle foche che saltavano nelle acque di una piscina di piastrelline azzurre; un rivenditore di pesci più o meno freschi stazionava giusto di fianco, di modo che i bambini potessero comprare e poi lanciare nelle vasche un po' di cibo per le voraci foche.



Seguivano poi le troppo piccole gabbie di leoni e lenoesse, per arrivare alla maggiore attrazione di tutto lo zoo, l'elefantessa Bombay, che indossando degli enormi occhiali bianchi girava con la proboscide un organetto, per poi chiedere una mancia ai divertiti spettatori. Anche lì un rivenditore forniva agli spettatori delle arachidi, che finivano poi nelle mani dei bambini insieme a monetine da poche Lire. Bombay tenedendo la proboscide risucchiava arachide e monete. Le prime le portava alla bocca. Le seconde le porgeva al domatore che stazionava nella gabbia. Ogni tanto Bombay girava un cartello recante la scritta "Attenzione ai borseggiatori"; evidentemente la folla rapita era preda di veloci ladri di borsellini e portafogli.





Bombay, nata in India nel 1932 era giunta subito dopo la nascita a Milano dove, tranne per il periodo dei bombardamenti Alleati del 43-45 in cui fu spostata nel Parco di Monza, visse sempre allo zoo sino al 1987 quando morì, per venire poi imbalsamata ed esposta ancor oggi in uno dei bei diorami (dedicato alla natura del Parco Nazionale del Kaziranga dell'India nord occidentale) del Museo di Storia Naturale degli stessi Giardini Pubblici. Ciò che non venne imbalsamato vene bruciato e le polveri raccolte in una grossa urna funeraria recante la scritta: "'le ceneri di Bombay"; l'urna fu posta nella gabbia dove l'elefantessa aveva vissuto per oltre 50 anni. Al suo fianco una foto e dei fiori sempre freschi.



Altre attrazioni erano le zebre, le scimmie e il famosissimo Giovanni, un macaco che se chiamato col suo nome si girava sempre a prestar attenzione. Era uno degli animali più vecchi dello zoo insieme a Bombay.



Altra grande attrazione era il povero orso polare che aveva una enorme gabbia tutta per lui scavata in una delle "montagnette" dei Giardini. Aveva una grotta refrigerata e una larga piscina. Ma vederlo in estate era sempre una enorme sofferenza.
Alla sua morte venne anche lui imbalsamato ed esposto in uno dei diorami del Museo di Storia Naturale.



Madrina dello zoo fu Mariuccia Ciapponi in Molinar, che dagli anni 50 fu una sorta di dominus assoluto. Conosceva ogni singolo animale, le sue abitudini, le sue manie, i suoi gusti, le sue debolezze, i suoi bisogni.
Tre volte al giorno sovraintendeva alla distribuzione dei pasti, selezionando il cibo di ogni ospite dello zoo.
Maria Molinar era la vedova di Augusto, famosissimo cacciatore e zoologo fu, insieme al fratello ed al padre, uno dei maggiori esportatori e commercianti mondiali di animali africani dal 1924 alla morte nel 1952. La vedova per alcuni anni continuò il lavoro di commercio di fiere e animali del continente nero per poi dedicarsi in toto allo zoo meneghino e a quelli di Torino e Verona.
Durante la sua gestione ci furono alcune nascite, sempre molto rare per gli animali in cattività: nacquero la giraffina Luama e il leopardo Pooma.


 



Proprio negli anni 60 lo zoo arrivò a contenete oltre 500 animali in meno di due ettari di superficie!
Con il cambio di sensibilità verso gli animali alla metà degli anni '80 lo zoo di Milano fu accusato da molti organi di stampa per le sue esigue superfici e per le gabbie effettivamente troppo piccole.
Nel 1991 venne infine chiuso. La maggior parte degli animali era già stata venduta o regalata a zoo stranieri negli anni precedenti.





Pochi mesi dopo la chiusura le gabbie abbandonate vennero occupate da un centinaio tra barboni e i primi immigrati stranieri, nord africani e dell'est Europa. I quasi contemporanei scandali di Tangentopoli portarono ad un blocco quasi totale dei lavori pubblici in tutta la città, tanto che solo dopo parecchi anni l'area fu oggetto di un intervento che portò alla rimozione di tutte le gabbie e di tutti gli edifici. Oggi restano le gabbie dei grandi felini, riadattate a spazio didattico (PaleoLab) per il museo di scienze naturali,la vasca delle otarie e qualche altra gabbia sommersa dalla vegetazione.