domenica 13 settembre 2015

Il Principe di Milano

Cesare Bruto Benito Rubini nasce a Trieste il 2 novembre 1923,  è stato un pallanuotista, cestista e allenatore di pallacanestro italiano; uno dei pochissimi atleti al mondo inseriti nelle Hall of Fame in due sport differenti. È infatti membro del Naismith Memorial Basketball Hall of Fame dal 1993 in qualità di allenatore di pallacanestro, e dell'International Swimming Hall of Fame dal 2000.
Per decenni sarà soprannominato Il Principe.


Cesare Rubini in una partita amichevole contro il Real Madrid alla metà degli anni '50.


Cesare Bruto Benito, dunque, anche se lui dichiarerà:  “A parte che sono di sinistra, fascista smetto di esserlo vedendo l’arroganza e la prepotenza di italiani e tedeschi durante l’occupazione della mia Trieste, vedendo la Risiera di San Sabba... ho solo una personalità forte», nasce da una famiglia italiana Dalmata che dopo il 1918 scappa e si rifugia a Trieste.
Studia al liceo scientifico Oberdan e inizia a praticare la pallacanestro anche se il mare è sempre stato la sua passione: «Nuoto da quando aveva un anno e mezzo, poi calcio con la Ponziana e atletica con il Guf di Trieste, con un quarto posto agli Assoluti del 1945, specialità 400 metri, il giro che uccide. Il resto è pallanuoto “quando si giocava in mare, l’arbitro su una barca, e un giorno, giudicato colpevole per una decisione ingiusta, l’arbitro fu preso a fiocinate, scappò su quella stessa barca inseguito da una flotta di altre barche a remi, ma il mare era un po’ agitato, l’arbitro cominciò a vomitare e fu salvato su un motoscafo delle guardie di Finanza”.
Rubini preferiva la pallanuoto, senza dubbio. È in piscina che ha goduto, come atleta, di considerazione internazionale. Al punto di essere inserito nella selezione del Resto del Mondo. Non è solo una questione sportiva, è che nella pallanuoto Rubini poteva esprimere al meglio la sua personalità e la sua cattiveria agonistica, ma scelse la pallacanestro per diventare "grande" e per guadagnarsi i soldi per vivere e per garantirsi una carriera da adulto.






Rubini a Camogli tra il 1952 e il 1956.

Si iscrive all'Università di Trieste e nel 1945 diventa capitano della Nazionale universitaria di pallacanestro ed è eletto miglior giocatore della stagione.
Da questo momento inizierà a raccogliere successi in entrambi gli sport da lui amati: la pallanuoto e la pallacanestro.
Nel 1946 conquista la medaglia d'argento con la Nazionale di pallacanestro agli Europei di Ginevra e l'anno successivo si laurea campione europeo di pallanuoto a Montecarlo.
Nel 1947 assume il ruolo di allenatore-giocatore dell'Olimpia Milano. Sempre nel 1947 riceve addirittura le convocazioni nazionali sia nella pallacanestro che nella pallanuoto.
Il medesimo problema si ripresenterà l'anno successivo, il 1948. Cesare Rubini però sceglie lo sport che in quel momento gli dà maggiore soddisfazione. E così con la Nazionale di pallanuoto, capitanata da Mario Majoni, conquista l'oro ai Giochi di Londra battendo in finale l'Olanda. 
Ed è proprio con Rubini che nascerà il mitico "Settebello d'oro", del quale diventerà capitano (con Majoni allenatore) alle olimpiadi di Helsinki del 1952 e agli europei di Torino del 1954, collezionando in entrambe le occasioni una medaglia di bronzo, dietro ad Ungheria e Jugoslavia.
Anche nella pallanuoto Rubini sarà allenatore-giocatore, e conquisterà 6 titoli italiani con la Canottieri Olona di Milano, la Rari Nantes di Napoli e il Camogli.
Disputerà inoltre 84 incontri con la Nazionale, 42 dei quali in veste di capitano.


L'Italia di Rubini Campione Olimpica a Londra nel 1948.




Negli stessi anni consegue numerosi ed importanti successi anche dal punto di vista cestistico, giocando nell'Olimpia Milano di Adolfo Bogoncelli. Rubini disputa 39 incontri con la maglia azzurra prendendo parte agli europei di Ginevra, dove l'Italia conquista il secondo posto, ed agli europei di Praga, di Parigi e di Mosca. 
Inoltre conquista 5 campionati italiani consecutivi, dal 1950 al 1954, tutti come giocatore-allenatore dell'Olimpia Milano.


9 gennaio 1955, Borletti Milano batte Storm Varese 59-56. Una fase di gioco con Yogi Bough al centro, contrastato da Cesare Rubini


Rubini con la maglia dell'Olimpia al campo di via Costanza.


Si dedica esclusivamente al ruolo di allenatore a partire dal 1957, vincendo nove scudetti. In questi anni realizza anche uno straordinario primato, stabilendo un record di 322 vittorie e 28 sconfitte. In totale, Rubini ha vinto 501 incontri alla guida dell'Olimpia. Da allenatore, con la conquista della Coppa dei Campioni nel 1966 e le due Coppe delle Coppe nel 1971 e nel 1972, raggiunge i primi successi internazionali della pallacanestro italiana. Sempre nel 1972 l'Olimpia Milano conquista anche la Coppa Italia.


1 aprile 1966, palazzo dello sport di Bologna. Davanti a 8000 spettatori, il Simmenthal Milano sconfigge lo Slavia Praga e conquista la prima Coppa dei Campioni della sua storia



Ma il ruolo di Cesare Rubini nello sport italiano va oltre i suoi successi sportivi; Rubini sarà colui che porta il professionismo in Italia, che porta una cura maniacale dell'aspetto fisico, della preparazione mentale, del marketing nelle società sportive, il tutto con una ferocia agonistica senza pari e senza risparmiare mai nessuno.
Una ferocia che non gli mancò mai nemmeno mentre giocava nei suoi due sport preferiti.
Celebre la volta in cui aggredì un tifoso sugli spalti durante un Pesaro-Olimpia Milano. Il tifoso gli urlò "sciavo"per tutta la partita, "sciavo" che è il peggior insulto che un istriano o un dalmata possa ricevere;  balza in tribuna, lo afferra e gli spacca il naso. “Non resisto mai quando qualcuno mi chiama così, piombo sul pubblico e scaravento giù chi l’ha detto. È umiliante, perché mia madre fin da piccolo mi dice sempre: ’’noi siamo italiani due volte, dopo la Prima Guerra abbiamo scelto noi di lasciare la Dalmazia’’. E quando sento Fratelli d’Italia io mi commuovo sempre. Altro che s’ciavo”

Quando aveva ormai lasciato lo sport praticato ed era diventato un rappresentate federale, Cesare Rubini esigeva la suite, viaggiando con la Nazionale. E chiedeva sempre due bottiglie di acqua minerale. 
Ma non era un vezzo, quanto la necessità di avere dello spazio in epoche in cui i centri fitness non guarnivano gli hotel. Si alzava molto presto alla mattina, per la sua personale seduta di allenamento. E quando si riuniva con il resto della delegazione, nella sala colazione, aveva alle spalle almeno un'ora di attività fisica, con i pesi e gli inseparabili elastici. Ed aveva bevuto i suoi due litri d'acqua. La cura del corpo era maniacale, non solo stile di vita ma quasi un debito di riconoscenza da saldare con tutto ciò che quel fisico, in gioventù, gli aveva permesso di essere.


Era sempre elegante, Rubini. Il loden, l'abito in principe di galles, l'immancabile foulard in disegno cachemire annodato al collo. Poi, quando c'era da dire qualcosa, non si andava oltre la risposta di due lettere: il suo era un sì, oppure un no. Esigeva rispetto, incuteva timore, con la presenza fisica che era anche scenica e le parole. Memorabile un suo discorso agli allenatori di tutte le rappresentative azzurre, riuniti assieme in coda all'estate del 1991, che era stata trionfale: cinque medaglie vinte, l'argento europeo seniores, l'argento mondiale juniores, l'oro ai Giochi del Mediterraneo, il bronzo agli Europei con le cadette. Rubini si ritrovò davanti Gamba (il suo allievo prediletto, nonché unico consulente quando c'era de decidere), Blasone, Di Lorenzo e Tommei. Tutti col bel petto in fuori. Ma Rubini ne ebbe per tutti, dal primo all'ultimo: c'era stato chi, nel successo, aveva dimenticato di ricordare il supporto di quanti dello staff federale avevano lavorato nell'ombra; oppure era caduto nel celebrare troppo se stessi, a scapito dei giocatori.

Tra le sue mani si è sviluppato il basket moderno. O forse lo ha davvero inventato lui. Era il basket che passava dai campi all'aperto agli impianti pieni. Il basket che iniziava a comunicare e Rubini ne era il comunicatore supremo. Le maniere non sempre erano buone, ma erano le sue. 
E con Rubini non c'era mai il rischio di cadere nell'equivoco. A Milano incontrò Adolfo Bogoncelli, il partner giusto per far nascere quello che sarà il mito dell'Olimpia. Avevano l'identico obiettivo, dominare dando spettacolo. Rubini, in panchina, lo era già "il Principe" per tutti quando iniziò a vincere uno scudetto dietro l'altro (15, alla fine) e pure portando in Italia la prima Coppa dei Campioni (1966).
Portarono, Rubini e Bogoncelli, la prima sponsorizzazione nel basket, il Simmenthal, portarono le scarpe All Stars tutte rosse, come le divise, in un mondo che era b/n, portarono spettacoli di intrattenimento pre partita al gigantesco Palasport della Fiera in Piazza 6 febbraio che l'Olimpia Simmenthal di Rubini riusciva a riempire in ogni partita, 18.000 spettatori paganti.

Rubini stesso ammise di non essere un allenatore di basket nel senso totale in cui lo furono alcuni suoi celebri avversari, come il professore Aza Nikolic. Rubini era un motivatore e soprattutto un general manager ante litteram, e sapeva circondarsi non di yes men ma di uomini capaci. Tra loro Sandro Gamba, suo vice per anni all'Olimpia, che fu il vero allenatore sul campo nell'epopea Simmenthal e Dido Guerrieri.

Rubini sapeva riconoscere però i veri giocatori, sapeva trovarli, sapeva e aveva il coraggio di scelta azzardate. Emblematico il caso con Gianfranco Pieri, triestino pure lui, che a 17 anni esordisce in Serie A con la Ginnastica Triestina, e domina il campionato nel ruolo di pivot/centro, con la sua mole e un'altezza di quasi 195 centrimetri, ragguardevole per i primi anni 50; in un match proprio contro l'Olimpia Milano, con Rubini allenatore e giocatore, segna 34 punti e si rivela immarcabile, Porta Trieste sino al secondo posto dietro la Virtus Bologna, e l'anno dopo passa a giocare proprio per l'Olimpia. Rubini prende il miglior pivot della Serie A, 18 anni, e lo trasforma nel playmaker, regista, della sua squadra. Ovviamente Pieri con la sua altezza è totalmente immarcabile da qualsiasi altro pari ruolo e diventa con Sergio Stefanini, Romeo Romanutti e Cesare Rubini un pilastro inamovibile dell'Olimpia Simmenthal che vincerà 9 campionati in 11 anni, oltre che alla Coppa Campioni del 1966.

Altro giocatore emblematico dell'Olimpia targata Rubini fu Arthur Kenney, chiamato a Milano Art il Rosso. Giocò solo 3 stagioni ma divenne un monumento assoluto per i tifosi biancorossi.
Rubini lo scovò a Le Mans, una oscura squadretta francese. Un 204 centrimetri di cattiveria e furia agonistica senza pari, esattamente come era Cesare Rubini. 
Tra i due si sviluppò un legama padre figlio, tanto che durante un incontro di Coppa delle Coppe quando il giocatore jugoslavo Zoran Slavnić della Stella Rossa di Belgrado colpì il coach Rubini con un calcio al basso ventre.  Art Kenney cercò di vendicare il proprio allenatore inseguendo Slavnić fino alle tribune, venendo anche colpito da manganellate della polizia jugoslavia e scatenando una furibonda rissa coi una dozzina di tifosi slavi. Riuscì in qualche modo a salvarsi, rientrando negli spogliatoi ridendo ricoperto di lividi e sangue. Ma aveva vendicato coach Rubini.



Dopo la panchina iniziò la carriera in Federazione, da plenipotenziario azzurro, perché la definizione di "consigliere federale con delega alle squadre nazionali" è sempre stata riduttiva, per come interpretava il ruolo. In un'epoca nella quale arrivarono l'argento all'Olimpiade di Mosca '80, ed agli Europei l'oro a Nantes '83, l'argento di Roma '91 ed il bronzo di Stoccarda '85. 

Da Dalmata e Triestini non amava ovviamente gli slavi, per ragioni politiche, ma li ammirava per la loro furbizia e cattiveria in pallacanestro, pallanuoto, calcio e pallamano, sport che lo stesso Rubini praticò. Ammirava invece gli USA, dove viaggiò decine di volte pur non parlando nemmeno una parola di inglese, ma facendosi sempre accompagnare da qualche suo giocatore o vice allenatore che gli facevano da interprete. 
Non si arricchì mai con lo sport, negli anni 50 e 60 gli ingaggi erano bassi sia nel basket che nella pallanuoto, e anche dopo, come allenatore e poi come dirigente federale non si dimenticò mai delle sue radici umili e della povertà patita durante l'esodo dalla neo Jugoslavia e dei durissimi anni di Trieste nel Dopoguerra.
Di certo c’è che davanti a una super offerta dell’Ignis Varese del Commendator Borghi, che lo avrebbe arricchito veramente, Rubini disse no. 



Era triestino, si sentiva a suo agio in tutta Italia, ma la casa che si era scelto era Milano.
Fu grande amico di Ottavio Missoni, strinse un rapporto sincero con il grande rivale Dino Meneghin, fu fratello maggiore di Sandro Gamba e padre di tutto il basket italiano e di una buona parte della pallanuoto.

"Non meritava la lenta agonìa con la quale ci ha lasciati" ha commentato Dino Meneghin, presidente federale di oggi, suo giocatore in azzurro, grande rivale in Ignis-Simmenthal.
L'alzheimer ha fatto il suo corso, minando un po' alla volta proprio quel fisico che per un vita intera era stato perfetto, invidiato, invincibile.
Scomparso a causa di una broncopolmonite l'8 febbraio 2011.
In suo onore, dal maggio 2011 il palazzetto dello sport di Trieste è intitolato a lui.
Il 2 novembre 2011 le sue spoglie sono accolte al Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, tra i grandi milanesi illustri.


Il Sacro Chiodo e il rito della Nivola nel Duomo di Milano

Secondo un'antica tradizione nel Duomo di Milano è conservato uno dei chiodi con cui fu crocefisso Gesù; è conservato oggi in una teca in vetro posta a 42 metri di altezza sopra l'altare maggiore, nel semicatino absidale in corrispondenza dell'altare maggiore.
Il presunto chiodo fa parte di una serie di oltre 30 chiodi della crocefissione che durante il Medioevo "fiorirono" in tutta Europa. Chiodi della croce sono ancor oggi conservati a Milano, Monza, Roma,
Colle di Val d'Elsa, Venezia, Vienna, Carpentras, Treviri, Catania.
Il Medioevo fu un periodo d'oro per il culto delle reliquie di santi, martiri e soprattutto dello stesso Gesù; i santuari che ospitavano le reliquie più venerate erano importanti mete di pellegrinaggio; la presenza di reliquie significava, per la città o il santuario che le possedeva, prestigio e protezione, nonché sicuro afflusso di offerte. Boccaccio nel Decamerone si prendeva gioco della credulità del popolino bigotto verso queste presunte reliquie. La riforma di Martin Lutero condannò e proibì il culto delle reliquie e anche la Chiesa Cattolica dovette porre un freno alle migliaia di false reliquie che invadevano chiese, basiliche e monasteri ancora nel XVI secolo. Fu infatti il Concilio di Trento a porre regole finalmente precise sul culto delle reliquie e a fare una cernita tra quelle probabilmente "vere" e quelle palesemente false. Basti pensare che intorno all'anno 1000 il poeta Cristoforo di Mitilene narra che furono trovate in pochi anni 10 mani di san Procopio, 15 mandibole di san Teodoro, 8 piedi di san Nestore, 4 teste di san Giorgio...
A ciò si deve aggiungere la tradizione della Chiesa Cattolica delle reliquie "ex contactu": si usava cioè toccare le reliquie autentiche con un oggetto, che in seguito veniva considerato anch'esso reliquia di quel santo. Non desta dunque meraviglia il fatto che più chiese o monasteri affermassero, per esempio, di possedere il cranio o un braccio di uno stesso santo.


Il Sacro Chiodo nella Croce di San Carlo Borromeo

L'arrivo del chiodo a Milano non è conosciuto. Il primo documento che ci attesta l'esistenza del Santo Chiodo nella vetusta basilica di Santa Tecla risale al 18 gennaio 1389. Si trova nel registro di Provvisione che contiene gli atti dal 1389 al 1397 ed è conservato presso l'Archivio storico civico di Milano. Si tratta della risposta di Paolo de Arzonibus, luogotenente del Vicario, e dei XII di Provvisione, a Galeazzo Visconti che aveva stabilito fossero dichiarati festivi i giorni 5 agosto, festa della Madonna della neve e 16 ottobre, festa di san Gallo, titolare di un altare in Santa Maria Maggiore. Nell'occasione si suggeriva al signore di Milano l'opportunità di stabilire, a carico del Comune, distinte offerte soprattutto per la festa di santa Tecla nell'omoni­ma basilica in cui era riposto ab antiquo, uno dei santi chiodi con cui fu crocifisso il Salvatore.
L'espressione ab antiquo fa supporre che il chiodo fosse conservato a Santa Tecla da alcuni secoli; a supporto di questa teoria si usa l'orazione unebre pronunciata da Sant’Ambrogio in morte dell'imperatore Teodosio (anno 395). In un'ampia digressione il santo narrava come Elena, madre dell'imperatore Costantino, si fosse recata in Terra Santa e qui avesse cercato con passione la croce e i chiodi della Passione. Trovatili, da due chiodi la pia donna avrebbe ricavato un diadema e un morso di cavallo donandoli poi al figlio Costantino con questo significato devozionale: "la corona è formata dalla croce perché risplenda la fede; anche le briglie sono formate dalla croce affinché l'autorità governi usando moderazione, non una imposizione ingiusta."
C'è da aggiungere che Sant'Ambrogio mai affermò la presenza del chiodo a Milano e che per oltre 1000 nessuno citò mai più la presenza di un Santo Chiodo conservato a Santa Tecla o in altre chiese meneghini.
Vari storici della Chiesa Cattolica milanese hanno formulato ipotesi circa l'arrivo del chiodo a Milano e tutte queste ipotesi pongono l'arrivo tra l'VIII secolo e le Crociate.
Per il Sassi l'arrivo coincise con la furia iconoclasta dell'Imperatore di Bisanzio Leone III Isaurico, per il Fumagalli il chiodo arrivò durante una delle prime 4 crociate, per altri fu portato dal vescovo Arnolfo Il il quale, recatosi a Gerusalemme nel 997 quale legato di Ottone III, l'avrebbe là ricevuto in dono con altre reliquie, altri ancora lo fanno arrivare a Milano insieme alle presunte spoglie dei Re Magi e poi conservate a Sant'Eustorgio.

C'è da aggiungere infine che il maggior testo conosciuto sugli usi medioevali della diocesi meneghina Ordoet caerimoniae Ecclesiae Ambrosianae Mediolanensis scritto intorno al 1170 da un monaco della Cattedrale di Milano, il Beroldo, non fa alcun cenno del chiodo. 
Il Berolo, custos et cicendelarius, custode e incaricato dell'accensione dei lumi della Cattedrale, non fa il minimo accenno al Santo Chiodo e nemmeno a particolari celebrazioni che potrebbero essere connesse al suo culto.
Alla luce di questi studi e ipotesi gli stessi vertici della Chiesa Cattolica Ambrosiana hanno più volte posto come probabile l'arrivo del chiodo durante le Crociate, nel tardo Medioevo. Così sostenne anche il Cardinale Schuster.



È certo quindi che nel 1392 il Santo Chiodo era posto in Santa Tecla. Sappiamo che era conservato su di una tribuna sopra l'altare maggiore e che davanti ad esso ardevano sempre delle lampade.
Il Santo Chiodo fu trasportato solennemente in Duomo dalla vecchia basilica il 20 marzo 1461 secondo il volere dell'arcivescovo Carlo da Forlì, il quale pochi giorni prima aveva emesso il decreto di soppressione di Santa Tecla, aggregandone al Duomo tutte le istituzioni, le suppellettili, le reliquie. Recò in Duomo la Reliquia con le sue mani il prete Ardighino de Biffis, ordinario della Chiesa mag­giore e contemporaneamente canonico di Santa Tecla. 
Anche se la soppressione della vecchia cattedrale fu di molto differita a causa di una lunga vertenza tra i canonici di quella basilica e la Fabbrica del Duomo, tuttavia il Santo Chiodo da quel giorno rimase sempre in Duomo, dove, analogamente alla sua precedente collocazione, fu posto in un luogo davvero eminente, come si conveniva a un cimelio tanto importante, e cioè sulla sommità della volta del coro, a ben 42 metri dal pavimento. 
Una collocazione, quindi, soprattutto di onore e non soltanto, come ipotiz­zato dallo storico Franchetti, per sottrarlo alla "cupidigia di quegli troppo zelanti cristiani che nel medio evo invidiavano ai vicini la sorte di pos­sedere miracolose reliquie, ed usavano volentieri la forza per impadronirsene onde arricchire i loro santuari", o anche per metterlo al riparo da mani sacrileghe. Anche in Duomo davanti al Santo Chiodo fu posta un'illuminazione permanente: il Bascapè attesta che già prima dell'arrivo di san Carlo a Milano, vi ardevano davanti cinque lampade. 
Ma nonostante tale illuminazione e i vari abbelli­menti del luogo dove esso era conservato, con l'andar del tempo e forse per la posizione inacces­sibile, lontano dagli occhi dei fedeli, la devozione verso questa reliquia si affievolì.
Lungo tutto il Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento le Chiese Ambrosiane si svuotarono e di fedeli e di preti, tanto che in ormai pochissime di esse veniva celebrata messa. 
La stessa presenza in Duomo del Santo Chiodo era stata sostanzialmente dimenticata dalla popolazione e anche da molti del clero stesso.
A porre freno a questa deriva arrivarono quasi contemporaneamente San Carlo e la Grande Pestilenza del Cinquecento.
Il 25 giugno 1566 San Carlo Borromeo entrò per la prima volta in Duomo e tra i primi atti dispose di ripulire, illuminare e ricostruire in vetro la teca che conteneva il Sacro Chiodo.
Era da oltre 25 anni che il chiodo non veniva esposto ai fedeli. E per altri 10 anni l'andazzo fu quello.
Solo l'arrivo della pestilenza fece cambiare la sorte del chiodo ormai condannato ad un sostanziale oblio, così come a molte altre reliquie del cattolicesimo.
Milano fu colta dalla peste nel 1576 e San Carlo persuaso che senza un particolare inter­vento divino la città non sarebbe mai stata liberata dal tremendo flagello, indisse tre pubbliche processioni, cui egli stesso intervenne scalzo e con la corda al collo.
Mercoledì 3 ottobre si andò dal Duomo a Sant'Ambrogio e portò il crocifis­so, il venerdì successivo alla chiesa di San Nazaro e sabato 6 al Santuario della Beatissima Vergine.

Il Bascapè descrisse così la giornata:
 "...Si andò al celeberrimo santuario della Beatissima Vergine presso San Celso. Le pie confraternite in quell'occasione, tra­sgredendo la vecchia proibizione del Governato­re, convennero col volto coperto; inoltre da tutte le chiese vennero levate le reliquie che si potevano asportare senza difficoltà e portate intorno con accompagnamento di lumi accesi, per muovere maggiormente gli spiriti a raccoglimento. Carlo pensò allora di rinnovare anche la devozione di quel Santo Chiodo. 
Fino a questo tempo il Chiodo era rimasto custodito in alto, nella sommità della volta in capo alla chiesa stessa e, benché davanti brillassero perennemente cinque lampade, tuttavia quella reliquia così santa, che era stata insigne strumento della santissima e dolorosissima passione del Cristo Signore, non era circondata dal decoro conveniente e da pochi era tenuta oggetto di culto e venerazione. 
Perciò il sabato fece calare quel Sacro Chiodo da sacerdoti sollevati in alto con certe macchine e lo portò, inserito opportuna­mente m una grande croce, in processione, tra il grandissimo ossequio di tutto il popolo. 
In quel giorno, preso lo spunto dal Santo Chiodo, parlò della bontà del clementissimo Signore verso gli uomini e, proponendo gli acer­bissimi dolori che per essi Egli aveva sofferto, li esortò ardentemente ad implorare la divina mise­ricordia e li confermò nella speranza.
 Non lo riportò poi subito al suo posto, ma stabilì che rimanesse esposto alla venerazione di tutti sull'al­tare per quaranta ore, affinché tutta la cittadinan­za, accorrendo in quel luogo a pregare per la pro­pria salvezza, si sentisse spinta a grande devozio­ne dalla vista vicina di quella santissima reliquia. 
Quindi, prima di riporlo, celebrò un'altra proces­sione e portò il Santo Chiodo con un giro lun­ghissimo accompagnato da tutto il clero e dal popolo nei sei punti più frequentati della città, che si chiamano Ponti e sono situati davanti alle porte principali, secondo l'antica pianta urbana. 
Fu uno spettacolo meraviglioso vedere tutta la città accorrere con grande entusiasmo e fervore in quel giorni alle processioni, come se non aves­se più paura del contagio. 
E l'esito fu così felice, che in tanta moltitudine di persone, raccoltasi parecchie volte e nonostante il tempo umido e pesante, non solo nessuno cadde per strada, ma neanche successe nulla che provocasse un aumen­to del contagio..."



San Carlo Borromeo con il Santo Chiodo intercede presso la Madonna contro la peste, di Francesco Antonio Meloni, 1720 circa.





San Carlo in processione con il sacro chiodo fra gli appestati
Incisione eseguita nella prima metà del sec. XVIII da Johann Jakob Frey (1725-1748). La stampa discende dalla pala eseguita da Pietro da Cortona per S. Carlo ai Catinari a Roma


È ancora il Bascapè che ci attesta come, a par­tire dall'anno successivo (1577), sempre per ini­ziativa di san Carlo, la celebrazione in onore del Santo Chiodo venne attuata ogni anno, nella festa dell'Invenzione (ossia del ritrovamento) della Croce, al 3 maggio.
Ed è proprio in quei primissimi anni che appare anche la "nivola", il macchinario che permette di raggiungere il Sacro Chiodo.
Sempre il Bascapè: 

"Stabilendo quella festa annuale, diede un meraviglioso impulso al culto sia del Santo Chiodo, sia della solennità liturgica del giorno. Infatti è bellissima e devotissima questa celebra­zione. 
Dopo che tutto il clero e una gran moltitu­dine di popolo si sono radunati, fra i soavi inni dei cantori e le devote invocazioni della folla commossa, tre dei maggiori dignitari, tra i quali talvolta ho visto anche dei vescovi, rivestiti di splendidi paramenti, vengono a poco a poco por­tati in alto mediante invisibili macchine, in un abitacolo ornatissimo e circondato da un involu­cro trasparente, il quale per i lumi che si trovano all'interno offre l'aspetto di una nuvola splenden­tissima. 
Dopo lungo tempo giungono finalmente alla volta e al luogo dov'è conservato il Santo Chiodo, lo estraggono e vengono calati giù nello stesso modo. 
Quando la nuvola arriva a terra, l'arcivescovo riceve la sacrosanta Reliquia con la debita devozione, la inserisce nel centro di una grande croce e la porta lui stesso preceduto da tutti gli ecclesiastici. "Carlo, a titolo di onore e per portarlo decoro­samente, rinchiuse il Santo Chiodo in una teca d'argento, così che attraverso il cristallo potesse essere visto. 
Inoltre fece munire di un'inferriata e ornare di marmi preziosi, con splendido orna­mento, il posto della volta in cui è conservato". 

In quell'occasione san Carlo permise di ritrar­re il Santo Chiodo per ricavarne immagini che i fedeli potessero tenere presso di sé per devozione. Fece poi eseguire due facsimili della Reliquia e dopo averli messi a contatto con questa, li inviò in dono uno a Filippo Il di Spagna - che gli rispose poi con una lettera di ringraziamento - e l'altro ad Anna d'Ajamonte.

L’annuale festa dell'Invenzione della Croce fu celebrata sempre con grande solennità il 3 maggio di ogni anno per svariati secoli.
I diari dei cerimonieri del Duomo offrono copiose notizie anche sui riti del 3 maggio, permettendo di ricostruire una sorta di cronaca di questa solennità. Le notizie che se ne ricavano sono della più diversa specie: dalla presenza di qualche perso­naggio illustre per i quali si provvide addirit­tura a far calare appositamente il Santo Chiodo al di fuori della data convenzionale, a litigi e conte­se su diritti di precedenza e privilegi; dalle nota­zioni meteorologiche che talvolta portarono a rinun­ciare alla lunga processione per la pioggia e tener­la all'interno del Duomo, a quelle musicali e vi è traccia di esecuzioni lunghissime che allungarono oltre misura la durata dei riti.
Ad adorare il Sacro Chiodo giunsero teste coronate e cardinali da tutta Europa:  la regina Marghe­rita di Spagna, l'Arciduchessa d'Austria, Fernandez de Velasco Governatore di Milano il duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga, Carlo d'Austria, il principe Giovanni d'Austria, il duca Orazio Ludovisi generale di Santa Chiesa, il duca di Feria Governatore di Milano, il duca di Maqueda, il marchese di Caracena, l'imperatrice Elisabetta, il maresciallo Noailles generale delle truppe francesi di stanza nello stato di Milano, la vice-regina di Napoli moglie del conte Giulio Visconti, Maria Teresa Imperatrice d'Austria...

Per secoli il rito venne officiato secondo lo stesso cerimoniale e fu solo a metà Ottocento, subito dopo i moti del 1848, che i prelati del Duomo sconvolsero il cerimoniale del 3 maggio per timore che il Sacro Chiodo potesse venire rubato o le processioni usate per scatenare rivolte o barricate.
Fino al 1847 il percorso delle processioni si snodava attraverso via Borsinari, Pescheria vecchia, piazza Mercanti, le vie Fustagnari, Cordusio, Bocchetto, Bollo, piazza San Sepolcro e le vie Asole, Lupa, Pennacchiari, Mercanti d'oro, piazza Duomo.
Poi venne modificato a seguito dei moti del 1848: da piazza Duomo per le vie Cappellari, Dogana, Orefici, Gallo, Cordusio, Bocchetto, indi come il percorso precedente.
In seguito a generali disposizioni del 1876 si svolse solo all'interno del Duomo, sopprimendo la processione ma conservando sempre lo stesso cerimoniale.



Fu il Cardinale Montini, poi Papa Paolo VI, ad introdurre l'usanza che fosse il cardinale stesso a salire sulla nivola e a recuperare il Sacro Chiodo posto nella teca a 42 metri di altezza.
Il cambio di tradizione fu probabilmente dovuto alla maggior sicurezza data dalle moderne tecnologia che rendevano la nivola finalmente sicura.
Fu infatti a metà anni 60 del Novecento che venne elettrificato il meccanismo che sollevava la nivola; in precedenza erano le braccia di 16 uomini a sollevare l'ascensore sino ai 42 metri.
La nivola fu fatta quasi certamente realizzare da San Carlo Borromeo, il cardinale che riportò il culto della reliquia del Santo Chiodo ai fasti Medioevali dopo quasi mezzo secolo di oblio.
Erroneamente attribuita a Leonardo da Vinci, che collaborò sì con la Veneranda Fabrica del Duomo ma solo per alcuni disegni per la costruzione del tiburio della Cattedrale, e che visse a Milano tra il 1508 e il 1513, la nivola fu ordinata con un decreto del febbraio 1577 direttamente da San Carlo Borromeo, decreto conservato negli archivi dell'Arcidiocesi. Sino ad allora infatti il Santo Chiodo non veniva mai esposto ai fedeli e rimaneva perennemente posto nella teca sopra l'altare maggiore.
Un'antica descrizione della nivola è contenuta nel diario del cerimoniere del 1583-84. Questo può suggerire che in quell'anno la "macchina", forse fino ad allora senza un aspetto particolarmente degno di nota, sia stata addobbata e illuminata ovvero fosse usata per la prima volta.
Nel suo assetto attuale, la nivola risale all'epo­ca di Federico Borromeo. 
È di forma circa ellis­soidale, all'esterno tutta rivestita di tela intera­mente dipinta a olio con figure di angeli in volo tra nubi e squarci di cielo. 
Agli inizi del '700 venne guarnita di quattro statue lignee pure rappresen­tanti angeli. I dipinti risalgono al 1612, anno in cui, a maggio, gli Annali della Fabbrica del Duomo parlano degli accordi presi "con Paolo Camillo Landriani, detto il Duchino, per la dovuta merce­de della nube da lui fatta, nella quale si ascende a prendere il S. Chiodo". 
Il 4 giugno 1701, sempre secondo gli Annali, vennero "pagate L.500 all'in­tagliatore Giovan Battista Agnesi per mercede di quattro angioli da esso formati per la nuvola del Santo Chiodo." 
L'ingegnere Gio. Battista Quadrio nel suo rapporto informa che "di questi quattro due sono di grandezza naturale, gli altri due sono putti, tutti di legname ed in attitudine ben scher­zanti; che dopo fatti si sono vuotati di dentro per renderli più leggieri. Li collauda, dicendoli ben fatti come i gruppi di nuvole". 
All'interno della nivola, su due sedili posti l'uno di fronte all'altro, possono prendere como­damente posto quattro persone. 
La nivola è lunga 3 metri e larga 2,5; pesa circa 8 quintali. 



La nivola fu restaurata più volte. Secondo il diario del 1648, durante la riposizione del Chiodo, "si stette gran tempo con la nuvola in alto, perché era rotto non so che ferro, a segno che S. E. Cardinale Cesare Monti s'infastidiva in aspettar tanto".
Il guasto era destinato ad avere conseguenze: il 18 maggio successivo "cascò la nuvola del S. Chiodo nella scuola delle donne e si fracassò". 
Altro restauro, di cui si fa memoria in una scritta dipinta sulla nivola stessa, venne attuato nel 1794; anche gli Annali attestano che nel 1795 la nivola venne nuovamente dipinta dal pittore. Luigi Schiepati.
Nel 1968, come già accennato, il meccanismo di trazione è stato modificato e modernizzato: ai due argani a trazione umana, otto uomini per argano, opportunamente sincronizzati, venne sostituito un moderno elettromeccanico di trazio­ne.



La nivola nel 1750


Sempre nel 1968 si scoprì che il Duomo stava correndo un serio rischio di cedimento strutturale.
Lungo tutto l'800 e i primi decenni del 900 pesanti blocchi di marmo si erano staccati dal soffitto ed erano crollati dentro le navate. I problemi alle colonne non vennero affrontati tempestivamente nel XIX secolo ed esplosero con tutta la loro gravità a fine anni 60. Complice anche la costruzione della metropolitana che corre a fianco delle fondamente del Duomo e l'abbassamento della falda freatica, la situazione statica mutò e le colonne dovettero rapidamente essere "incamiciate" con cemento armato onde evitare il crollo dell'intera struttura sottostante alla guglia centrale. Le metropolitane dovettero rallentare in prossimità del Duomo, il traffico automobilistico vietato e pedonalizzata la piazza. 
I restauri interni si conclusero nel 1986.

Ovviamente tra il 1968 e il 1986 il Rito della Nivola non fu più celebrato e il Sacro Chiodo rimase posto nella teca a 42 metri sopra l'altare maggiore. Nel 1986 si modernizzò l'impianto elettrico del sistema di sollevamento della nivola.
Da allora la preparazione della nivola per il Rito segue uno schema ben definito: la nivola, che lungo il corso del­l'anno resta appesa, avvolta in una tela di juta, sul soffit­to della prima campata nella navata destra del Duomo, viene preparata qualche giorno prima del rito, nella parte centrale del coro vecchio, in fondo all'attuale cappella feriale.
All'ascensione di collaudo il giorno prima della salita del Cardinale, curata dai tecnici della fabbrica del Duomo, segue quella degli ostiari, che provvedono alla pulizia del tabernacolo e alla verifica della praticabilità delle sue serrature.



Gian Battista della Rovere, detto il Fiammenghino dipinta nel 1602, "il 6 ottobre 1576 San Carlo dal Duomo si diresse verso la basilica di Santa Maria presso San Celso; portò la croce con la reliquia del Santo Chiodo, indossando, la cappa paonazza, con il cappuccio sulla testa, trascinando per terra lo strascico. Aveva i piedi nudi, una fune attorno al collo, come si fa per i condannati"


In occasione della festa della Croce anche il Duomo era sontuosamente addobbato.
Parti­colare splendore conferivano alla cattedrale i 22 grandi quadri che nell'occasione erano esposti tra i piloni: un mirabile ciclo di tele - sette delle quali andate perdute - raffiguranti episodi delle storie del ritrovamento della Croce e delle vicende del Chiodo. 
Questi i soggetti delle tele, secondo l'ordine in cui vennero elencati per la prima volta da Pietro Antonio Frigerio nella sua celebre descrizione del Duomo e con l'indi­cazione dell'attuale collocazione delle tele superstiti: 
1. A Costantino appare la croce col motto "In hoc signo vinces", di Pietro Paolo Pessina (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 
2. Costantino al concilio di Nicea raccomanda a san Macario di cercare la croce, di anonimo lombardo (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 
3. Sant'Elena è avvertita in sogno da un ange­lo, di Pietro Maggi, offerto dalla corporazione dei mercanti di Lione (Duomo, soppalco della sagre­stia meridionale). 
4. Costantino provvede sant'Elena dell'oc­corrente per il viaggio in Terra Santa, del Bellotto, offerto dalla corporazione degli offella­ri (disperso). 
5. Sant'Elena, giunta a Gerusalemme, è ricevu­ta dal vescovo san Macario, di Antonio Lucini (Duomo, sagrestia delle messe). 
6. San Macario e sant'Elena sono ispirati circa la ubicazione del luogo dove si trova la croce, di ignoto, offerto dalla corporazione degli osti (disperso). 
7. Sant'Elena fa distruggere la statua di Venere eretta sul Calvario, di T. Formenti detto Formentino (disperso). 
8. Sant'Elena alla presenza di san Macario fa scavare nel terreno e ritrova le tre croci, di G. Battista Barbesti, offerto dalla corporazione dei calzolai (Milano, chiesa di S. Maria in Camposanto). 
9. Il miracolo del morto risuscitato dal contat­to con la vera croce, di Andrea Lanzani, offerto dalla Camera dei mercanti di seta (chiesa di S. Maria in Camposanto). 
10. La guarigione istantanea di un'inferma al contatto con una delle tre croci, offerto dalla cor­porazione dei filatori, di anonimo lombardo (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 
11. Sant'Elena e san Macario venerano la croce e i sacri chiodi, di certo Sampietro (S. Maria in Camposanto). 
12. Il ritrovamento del Santo Sepolcro e dei Sacri Chiodi, di Carlo Preda (disperso). 
13. Sant 'Elena, sorpresa da tempesta nel­l'Adriatico, immerge in mare uno dei sacri chio­di, di Francesco Fabbrica, offerto dalla corpora­zione dei cordai (Duomo, soppalco della sagre­stia meridionale). 
14. Sant'Elena indica a san Macario quale parte di croce desidera venga destinata all'erigen­da basilica del Santo Sepolcro, del Ferroni (disperso). 
15. Un fabbro trasforma il Chiodo in un freno, che viene benedetto da un sacerdote, di Pietro Maggi, offerto dalla corporazione dei fabbri (Duomo, soppalco della sagrestia meri­dionale). 
16. L'imperatore Giustino, tormentato nel sonno dai demoni, ne è liberato dalla presenza del Chiodo, di Andrea (o Ferdinando?) Porta (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 
17. Elena offre a Costantino il freno e il dia­dema ricavati dai sacri chiodi, di Tommaso Formentino, offerto dalla corporazione degli orefici (Duomo, soppalco della sagrestia meri­dionale). 
18. Costantino, che reca la croce rivestito degli abiti imperiali, è fermato da angeli finché non li abbia deposti, di Carlo Preda, offerto dalla corpo­razione dei droghieri (in S. Maria in Camposanto). 
19. Eraclio costringe Siroe a restituire la croce, di Pietro Antonio Magatti, offerto dalla corpora­zione dei merciai (Duomo, sagrestia delle messe). 
20. Siroe re di Persia restituisce la croce ad alcuni schiavi, del Formentino, offerto dalla stessa corporazione (Duomo, soppalco della sagrestia meridionale). 
21. Lo stesso episodio, elaborato in forma diversa da Antonio Maria Ruggeri (disperso). 
22. San Carlo reca il processione il Santo Chiodo durante la peste, del Pessina, offerto dalla corporazione dei cervellari (disperso).



Tutte queste tele furono eseguite anteriormen­te al 1739, anno in cui vide la luce l'opera del Frigerio. Alcuni dipinti erano già pronti nel 1708, e per la prima volta vennero in quell'anno esposti in Duomo. Così il cerimoniere dava notizia della grande novità dell'apparato in cattedrale: "In domo quest'anno si è fatto un apparato sontuosis­simo con l'esposizione di alcuni quadri preziosi donati dalle università [le corporazioni] di Milano, quale apparato si andrà acrescendo per l'avvenire a gloria del Signore"
In occasione delle feste della Croce era espo­sto sulla porta centrale del Duomo anche il grande quadro rappresentante la Gloria del Santo Chiodo, posto nella croce processionale sostenuta da angeli in volo. 
La tela, risalente all'ultimo scorcio del Seicento, non fa parte del ciclo pittorico sopra citato. Continuò ad essere esposta per le feste della Croce anche quando per il deperimento e la dispersione di alcuni quadri, non si esponeva più l'intero ciclo dei quadroni. 
Anche sulla facciata della chiesa del Santo Sepolcro era appesa per l'occasione una bella tela rappresentante i santi Ambrogio e Carlo in adora­zione del Santo Chiodo racchiuso nella sua custo­dia a forma di croce sorretta da angeli. 
Altri quadri erano esposti lungo il percorso della processione. 
Il Corno afferma che nel 1628 in contrada Pescheria Vecchia, sotto la porta della piazza dei Mercanti, fu rappresentata la scena del ritrovamento del Chiodo da parte di sant'Ambrogio nella bottega d'un mercante di ferri di cavallo, e che poi in quello stesso luogo si esponeva costantemente un quadro raffigu­rante san Carlo parato pontificalmente in adora­zione della Sacra Reliquia; questo apparteneva a padre Pio Chiappano, provinciale dei carmelita­ni di Lombardia.


San Carlo porta la croce col Santo Chiodo, sullo sfondo la facciata del Duomo di Milano nel Cinquecento. Dipinto di Galizia Fede, 1627-30.


Oggi è cambiata la data della celebrazione che si tiene il sabato più vicino al 14 settembre, quando prima della celebrazione dei Vespri solenni, l'Arcivescovo sale con la nivola a prele­vare la Reliquia; durante l'ascesa e la discesa la Cappella del Duomo canta le litanie dei santi, e un canonico legge il Vangelo col racconto della Passione del Signore. 
Il Chiodo rimane esposto presso l'altar mag­giore per tutta la domenica, nel pomeriggio della quale, dopo i Vespri, viene recato in processione lungo le navate del Duomo, con la partecipazione del Capitolo e delle confraternite. L’esposizione dura fino a tutto lunedì, quando, dopo la messa vespertina concelebrata dai canoni­ci del Capitolo, il Chiodo viene riportato nella sua custodia.


San Carlo Borromeo porta in processione il chiodo della croce, 1618 ca di Carlo Saraceni. Chiesa di Santa Lorenzo in Lucina, Roma.