martedì 22 novembre 2016

Il Giovedì Rosso; 17 aprile 1975

Una serie di foto degli scontri di piazza di giovedì 17 aprile 1975 tra autonomi e forze dell'ordine.



Il giorno precedente, il 16 aprile, fu indetta dalla sinistra extraparlamentare una manifestazione per il diritto alla casa. Al termine della manifestazione alcuni militanti del Movimento Studentesco si diressero verso l'Università Statale. Presso piazza Cavour incrociarono tre militanti del Fronte Universitario d'Azione Nazionale, neofascisti, intenti a svolgere un volantinaggio. Gli studenti del FUAN furono riconosciuti ed aggrediti dai militanti di sinistra. Due fuggirono mentre un terzo, Antonio Braggion, fu costretto a rifugiarsi nella propria macchina.
I militanti di sinistra, tra loro il futuro Assessore alla Cultura del Comune di Milano Stefano Boeri, circondarono la vettura e cominciarono a colpirla con spranghe e chiavi inglesi, mandandone in frantumi i vetri, ferendo il neofascista che dall'interno della vettura esplose tre colpi di pistola di cui uno ferì a morte Claudio Varalli, un diciottenne di estrema sinistra.



La sera stessa in piazza Cavour si radunarono migliaia di extraparlamentari di sinistra. A mezzanotte venne occupata, armi in pugno, la redazione de Il Giornale di Montanelli che fu devastata. Durante la notte si svolse una riunione delle tre anime della sinistra radicale milanese: Lotta Continua, gli stalinisti del Movimento studentesco e i trotzkisti di Avanguardia Operaia; i vertici dei tre movimenti decisero di mettere a ferro e fuoco la città e come obbiettivo principale la distruzione della sede del MSI e del FUAN a Milano, in via Mancini.
La mattinata del 17 aprile 1975 inizia con l'assalto di alcune sedi cittadine del Movimento Sociale Italiano nelle periferie, gli uffici della Iberia, librerie di destra e numerosi bar considerati abituali ritrovi della destra neofascista cittadina



Viene inoltre aggredito e gravemente ferito il consigliere provinciale missino Cesare Biglia e il sindacalista di destra Rodolfo Mersi. Un corteo di decine di migliaia di autonomi si diresse verso via Mancini, sede dei neofascisti milanesi.
A protezione centinaia di carabinieri e poliziotti. I neofascisti presenti nella palazzina di via Mancini si rifugiarono sul tetto, tra loro c'era il futuro Ministro della Difesa Ignazio La Russa. Seguirono violentissimi scontri di piazza con lancio di molotov e lacrimogeni; numerosi automezzi della polizia e dei Carabinieri furono dati alle fiamme e il costante aumento dei manifestanti, sempre più violenti, fecero indietreggiare le forze dell'ordine, schiacciate verso via Mancini da oltre 50.000 manifestanti.



Vennero dati alle fiamme quasi tutti i negozi tra piazza Cinque Giornate e via Mancini, lungo il corso. Decine di auto bruciate. A mezzogiorno e mezzo dopo ore di devastazioni e lanci di molotov i manifestanti assaltatarono anche la caserma della compagnia dei carabinieri Monforte, in via Galvano Fiamma.
I carabinieri assediati reagirono a colpi di fucile e per puro miracolo non si registrarono vittime. I carabinieri assediati chiesero l'intervento urgente del 3° Battaglione Milano, che della caserma Lamarmora si precipità con blindati e camion in corso XXII Marzo.



In piazza Cinque Giornate la colonna si divise, una parte doveva dirigersi a salvare la caserma Monforte, l'altra a fermare l'assalto alla sede del FUAN di via Mancini.
Ma proprio in quel momento il camion in testa alla colonna, con a bordo il comandante, venne attaccato e dato alle fiamme.




Due pesanti camion dei carabinieri, forse indecisi sulla direzione, invasero il marciapiede gremitissimo di manifestanti di sinistra, investendone diversi. Tre furono i feriti gravi e un morto, Giannino Zibecchi di 28 anni, con la testa schiacciata dal camion.




Gli scontri in corso XXII Marzo si placcarono per poi riesplodere durante la notte e nei giorni successivi, con centinaia di feriti, e non solo a Milano, ma in tutte le principali città italiane, con scontri tra autonomi e neofascisti e con le forze dell'ordine. Morirono altri due giovani ragazzi. Quei giorni di aprile del 1975 furono uno spartiacque.

Un prima e un dopo.

Centinaia di migliaia di extraparlamentari di sinistra si resero conto che erano precipitati in una follia collettiva, dove l'omicidio dei rivali politici era non solo tollerato ma ampiamente praticato, così come l'equazione forze dell'ordine/fascisti.
Da quei giorno le manifestazioni iniziarono a contare sempre meno partecipanti, i leader dei movimenti a venire ignorati. Una piccola parte però non accettò di aprire gli occhi e gruppi di sinistra e di destra passarono dalle molotov e le spranghe alle P38, precipitando il Paese nell'ordalia del Terrorismo.



I funerali di Giannino Zibelli il 20 aprile 1975 in Piazza del Duomo. Zibelli venne ucciso schiacciato da un camion dei carabinieri in Corso XXII Marzo durante una violentissima manifestazione. I carabinieri alla guida vennero assolti in tre gradi di giudizio. I funerale pubblico non ottenne il permesso dalla Questura ma venne celebrato ugualmente e non avvennero scontri né con la polizia né con i neofascisti. Furono una delle ultime manifestazioni di massa della sinistra extraparlamentare.









La Trattoria della Magolfa



Una serie di immagini del palazzo in via Magolfa 15 che ha ospitato per decenni l'omonima trattoria, sostituita oggi da una pizzeria egiziana.
Il quartiere della Magolfa è il triangolo compreso tra i due navigli, la darsena e a sud chiuso un tempo dal Sieroterapico. L'origine del nome è longobarda, il significato ormai dimenticato. 
Due canali la attraversavano, la roggia Boniforte lungo via Argelati e la roggia della Triulza in via Magolfa, esattamente quella che si vede correre davanti l'ingresso della trattoria. 


Per tutto l'800 la Magolfa fu il quartiere degli spazzacamini, lavoratori stagionali che arrivavano in centinaia dalla Val Vigezzo, in Piemonte. Alla Magolfa infatti si trova ancor oggi la chiesetta gotica del '500 di Santa Maria del Sasso, omaggio ad un santuario della Val Vigezzo, dove si trovava un dipinto della Madonna protettrice degli spazzacamini. 


In via Argelati si trovava invece un commerciante di cenere all'ingrosso, comprava dagli spazzacamini e rivendeva ai conciatori di pelle della Vetra e ai produttori di lisciva, un sostituto del sapone usato per secoli dalle lavandaie milanesi lungo i navigli e le rogge.

I profughi Trentini e Friulani durante la Grande Guerra





Una drammatica foto di un gruppo di rifugiati della Valsugana a Milano nella primavera del 1916. Allo scoppio della Grande Guerra sia l'Austria che l'Italia procedettero a grandi evacuazioni di massa dai territori che sarebbero presto diventati campi di battaglia.

Centinaia di migliaia di Veneti, Friulani, Giuliani, Trentini, Istriani e Sloveni fuggirono dalle loro case. La maggior parte in Austria, la restante parte in Italia.

Se in Austria vennero costruite parecchie cittadine con edifici in legno, ai margini delle città, in Italia i rifugiati furono distribuiti in piccolissimi gruppi su tutto il territorio del Nord, ospitati in colonie, chiese, scuole, oratori. Solo in tre casi vennero realizzati dei villaggi o dei quartieri specificatamente per i profughi.

Uno a Cordenons, vicino a Pordenone, uno a Legnano, presso Verona, uno a Milano, gestito dalla Commissione per l'Emigrazione Trentina.

Arrivarono già nel 1915 circa 1.500 profughi, quasi tutti dalla Valsugana. Furono presi in affitto gli stabili al n.12, 14 e 16 in pizza d’Armi e ribattezzati la Colonia Trentina. Gli edifici, completamente isolati, erano a poca distanza da due linee tramviarie e in faccia ad essi vi era un bellissimo doppio viale alberato con in fondo il parco, delizia dei bimbi e sollievo per gli anziani. In un primo tempo l’Unione Cooperativa di Milano, fornì delle provvisorie cucine da campo, poi vennero impiantate delle cucine stabili, capaci di fornire giornalmente il vitto a 1200 persone.

Accanto a queste cucine, furono collocati i magazzini di generi alimentari. I profughi godevano di un sussidio fornito dallo Stato Italiano, che però veniva sospeso se trovavano un lavoro stabile. A Milano praticamente tutti gli uomini e buona parte delle donne trovarono subito un lavoro stabile.








La Direzione della colonia entro 8 giorni riusciva a dare un lavoro ai profughi. Questo grazie a una serie rete di rapporti fra industriali, ufficio di collocamento e conoscenze personali; fu così che moltissime famiglie raggiunsero in pochi mesi una indipendenza economica mai sperata e, spontaneamente, lasciavano l’appartamento della colonia liberandolo e mettendolo a disposizione di emigranti provenienti dal Mezzogiorno.

Le colonie profughi si amministravano autonomamente, attraverso i sussidi che venivano distribuiti alla direzione della colonia, la quale provvedeva alle necessità della sua popolazione.

Il direttore della colonia veniva coadiuvato dai capigruppo scelti fra i profughi stessi, venivano istituiti scuole ed asili, nonché laboratori di vario genere: calzaturificio e sartoria erano i più diffusi e consentivano, con l'impiego della manodopera presente, un'autonoma fonte di reddito e di produzione di generi di prima necessità.

Con l'avanzare della guerra aumentarono i profughi e secondo le relazioni della Commissione Centrale di Patronato i profughi a Milano nel 1918 erano 43.320.

La Casa Emigranti dell’Opera Bonomelli e la Società Umanitaria si occupavano degli alloggi e affrontò la grande ondata di rifugiati dal Friuli Venezia Giulia; già nel novembre 1917 venne fondato un Comitato Friulano con sede nel Teatro dal Verme.

Terminata la guerra si dette la precedenza al rientro in Italia dei profughi fuggiti in Austria e si arrivò così all'estate del 1919 quando i tre grandi campi profughi, tra cui quello di Milano, vennero chiusi e gli ospiti riportati nei loro paesi.






Calvairate, la chiesa di Santa Maria e la Giazzera



Una rara vista di Santa Maria di Calvairate, negli anni '10. Calvairate era un borgo rurale che si era sviluppato sin dal Medioevo lungo la strada che dal centro di Milano portava verso la campagna a sud di Porta Vittoria.

Il centro del paese si trovava dove oggi ci sono i giardinetti di Piazzale Martini; lì si trovava anche la chiesa parrocchiale, Santa Maria Nascente, la cui costruzione venne ordinata da San Carlo Borromeo nel 1576.








Calvairate entrò nel Comune dei Corpi Santi di Porta Orientale intorno al 1775, per venire poi annesso a Milano nei primi anni '20.

Il Piano regolatore del Beruto prevedeva la realizzazione di una maglia viaria ortogonale che contrastava con la rete viaria di Calvairate, fu così che tutta Calvairate venne rasa al suolo, chiesa compresa, nei primi anni del '900.

La chiesa fu sostituita dalla quasi omonima Santa Maria Nascente e San Pio V°, all'angolo tra via Lattanzio e via Ennio, inaugurata nel 1929. Sparì anche la "giazzera" di Calvairate.





Si trattava della più grande riserva di ghiaccio di tutta Milano. Si trovava di fronte alla chiesa di Santa Maria Nascente , nell'attuale Piazzale Martini. Era una enorme vasca lunga 80 metri, larga 8 metri che conteneva una montagna di neve e ghiaccio alta sino a 15 metri.

Nei mesi invernali oltre 150 persone lavoravano per trasportare e accumulare neve e ghiaccio, con l'ausilio di carri e cavalli. In primavera ed estate arrivavano i "montagnee", montanari che sapevano mantenere il ghiaccio anche col caldo, ricoprendolo di paglia e fieno.

Il ghiaccio veniva estratto aprendo delle gallerie sui lati della ghiacciaia. Parte del ghiaccio veniva ottenuto allagando la vasca con le acque della Martesana, deviate tramite un apposito canale.

Questa enorme riserva di ghiaccio veniva poi rivenduta ai commercianti, a ritoranti e trattorie, agli alberghi e ai milanesi, in un'epoca in cui i frigoriferi non erano nemmeno stati immaginati.

L'Ospedale degli Infettivi di Derganino



Percorrendo oggi viale Jenner o via Livigno o via Guerzoni, si nota un alto muro di cinta oltre il quale vi sono degli edifici abbandonati ricoperti da fitta vegetazione.

Si tratta di quel che resta dell'Ospedale Agostino Bassi, più comunemente chiamato Ospedale degli Infettivi e dai milanesi "il Derganino".





Nel 1893, dopo una gravissima epidemia di vaiolo, venne deciso di costruire un nuovo ospedale in aperta campagna per rinchiudere e curare lontano dalla città gli ammalati di gravi malattie contagiose. Si sperava di fermare il contagio e che l'aria più salubre contribuisse a guarire i pazienti. Sino ad allora gli infettivi erano ricoverati alla Rotonda di via Besana.








Si scelse un'area chiamata la Vigna di Dergano oltre che per l'isolamento anche per la presenza della Roggia di Dergano e soprattutto perchè in quell'area i venti soffiano da nord molto raramente. Furono realizzate 6 grandi palazzine ciascuna isolata dalle altre e autosufficiente e dedicata a singole malattie: vaiolo, morbillo, difterite, scarlattina, tifo e l'ultima per i malati di malattie non riconosciute.

Ogni palazzina era isolata dalle altre tramite muri di cinta e recinzioni. Vi erano poi vari edifici di servizio e, affacciato su viale Jenner, ed esistente ancor oggi e utilizzato dalla Regione Lombardia, lo stabilimento di disinfezione con le ciminiere collegate ai forni di incenerimento, agli essiccatoi; vi erano anche delle vasche per la disinfezione chimica e stufe a vapore per la sterilizzazione.





La direzione dell'ospedale era invece nei locali di Villa Hanau, costruita come villa di campagna dall'omonima famiglia di industriali, venne acquistata dal Comune nel 1891 che la inserì nel perimetro dell'ospedale.

Venne inaugurato il 13 gennaio 1896 con un costo di 610.000 Lire dell'epoca e ampliato nel 1930 su progetto dell’architetto Giovanni Giachi. Gli spostamenti interni erano affidati ad una piccola ferrovia a scartamento ridotto di tipo Deucaville. In 83 anni l’ex Bassi, chiamato anche Derganino, ha ospitato 168.911 pazienti con poco più di 6.000 decessi. Nel 1948 venne ricoverato l’ultimo ammalato di vaiolo.

Le misure profilattiche scattarono subito e in tre giorni venne vaccinato tutto il personale, i degenti, i dipendenti e anche chi abitava vicino. L’ospedale rimase chiuso per due settimane e chi vi era dentro fu confinato in quarantena.

Nel 1975 la Regione fuse insieme il Bassi e l'Ospedale di Vialba, nel 1979 "il Derganino" chiuse definitivamente.

Il Teatro dei Ventimila al Castello Sforzesco.



Una serie di immagini della costruzione del Teatro dei Ventimila, montato nel cortile maggiore del Castello Sforzesco e dotato di un palcoscenico lungo 125 metri e profondo 40 metri.

A servizio del teatro c'erano oltre 1000 metri di binari per spostare gli allestimenti delle 14 opere e del balletto che venivano replicate durante l'Estate Musicale di Milano.

Si svolsero tre edizioni, nel 1937, '38 e '39, da metà giugno a fine agosto.

Complessivamente ogni anno vi erano 50 repliche per un totale di 1 milioni di biglietti venduti.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fermò il festival musicale.












La statua di Carlo Cattaneo in via Santa Margherita



Un'immagine della cerimonia di inaugurazione della statua a Carlo Cattaneo in via Santa Margherita, il 23 giugno 1901.
Carlo Cattaneo è stato un patriota, filosofo, politico, linguista e scrittore italiano. Di formazione illuminista e positivista, ebbe un ruolo determinante nelle cinque giornate di Milano del 1848.




Convinto sostenitore di richieste di maggiore autonomia del Regno Lombardo-Veneto dalla corte di Vienna, Cattaneo pensava di puntare su una politica non violenta per avanzare tali richieste. Cattaneo e i suoi amici parteciparono quindi e contribuirono alle cinque giornate di Milano, senza agire con azioni di violenza gratuita.
Ma dopo di esse rifiutò l'intervento piemontese, perché considerava il Piemonte meno sviluppato della Lombardia e lontano dall'essere democratico.
Cattaneo fu presidente del Consiglio di guerra di Milano, che governò insieme al Governo provvisorio fino alla caduta della città al ritorno degli austriaci. In seguito alla conclusione dei moti del 1848 il Cattaneo riparò con la moglie in Svizzera e si stabilì definitivamente nei pressi di Lugano.
Fu uno dei fondatori e il primo Rettore del Liceo di Lugano, che volle fortemente per creare un'istruzione pubblica laica libera dal giogo della Chiesa, al fine di formare quella classe borghese liberale e laica che era alla base dello sviluppo economico del resto della Svizzera. Cattaneo viene ricordato per le sue idee federaliste impostate su un forte pensiero liberale e laico: dopo il 1860 acquisterà prospettive ideali vicine al nascente movimento operaio-socialista. All'alba dell'Unificazione italiana era fautore di un sistema politico basato su una confederazione di stati italiani sullo stile della Svizzera.
Morì il 6 febbraio 1869. Pur essendo più volte eletto in Italia come deputato del Parlamento dell'Italia unificata, rifiutò sempre di recarsi all'assemblea legislativa per non giurare fedeltà ai Savoia. Giace nel Famedio del Cimitero Monumentale.




Il monumento è situato nello slargo di via S. Margherita, ove confluiscono le direttrici che arrivano a nord da Piazza della Scala, ad est da Piazza Duomo, a sud da via Mengoni e ad ovest da via Tommaso Grossi. Il monumento è costituito da un piedistallo su cui si innalza la statua.
La scultura è circondata da una bassa cancellata in ferro sorretta da piastrini; il piedistallo della statua si articola in differenti parti: vi è un primo basamento architettonicamente semplice che sorregge il piedistallo vero e proprio.
Il fregio è decorato con un disegno a motivi geometrico-floreale. Sul lato principale è collocata un'iscrizione in rilievo recante la seguente epigrafe: MILANO / A CARLO CATTANEO / MCM.
Sui quattro lati del dado sono collocate due targhe in bronzo e due medaglioni circolari in pietra.
Le targhe in bronzo rappresentano il rifiuto del Cattaneo all'armistizio proposto da Radetzky durante le Cinque Giornate e l'allegoria della Libertà, mentre le figure nei medaglioni in pietra indicano la Sapienza, rappresentata con il libro, e il Pensiero, rappresentato con l'Aquila.
La statua, in bronzo, è alta 3,60 metri e rappresenta Cattaneo in piedi con la testa eretta e lo sguardo in avanti, appoggiato su un pezzo di muro diroccato alla cui base si trova l'aquila bicipite (emblema della casa d'Austria); nella mano tiene un libro mentre con la sinistra regge il lembo di un ampio mantello; a tracolla la fascia del governo provvisorio.

mercoledì 16 novembre 2016

La chiesa di San Francesco Grande

La chiesa di San Francesco Grande fu per secoli la seconda chiesa più grande di Milano, dopo il Duomo, e una delle più ricche di tutta la Cristianità per importanza delle opere d'arte ospitate nelle sue cappelle gentilizie.
La chiesa ha una storia antichissima e complessa. Si trovava dove oggi è sita la Caserma Garibaldi, alle spalle del complesso di Sant'Ambrogio, tra via Nirone e via Santa Valeria.


Un dettaglio di una veduta di Milano del Bonacina con al centro la facciata di San Francesco Grande, col rosone centrale, 1640. Si nota bene, grazie al dislivello nel tetto, la fusione tra la Basilica di San Narbone e la Cappella dei Francescani.

La storia inizia con i gemelli San Gervasio e San Protasio, figli di San Vitale e Santa Valeria, secondo la tradizione martirizzati da Nerone dopo essere stati convertiti da San Caio, vescovo di Milano; vennero sepolti intorno al 70 d.C. nelle "ortaglie" del palazzo del console Filippo de' Oldani, segretamente convertito al cristianesimo.  
Si trattava del primo cimitero cristiano di Milano, sito nell'area di Piazza Sant'Ambrogio, e i cui resti sono venuti alla luce più volte negli ultimi decenni.

Era chiamato "Polyandrion Cai et Philippi", la fossa comune di Caio e Filippo de' Oldani.
Sul finire del I° secolo d.C. san Castriciano de' Oldani, poi vescovo di Milano, fece erigere una basilica per ospitare i corpi dei santi Protasio e Gervasio. Dopo il martirio dei santi Nabore e Felice, avvenuto nel 340, anche i loro corpi furono sepolti nella chiesa, che da loro prese la denominazione. La Basilica di San Nabore era retta dai Canonici e aveva inizialmente tipiche forme romanico-lombarde per poi essere ricostruita in stile gotico.


Per secoli sotto la basilica vennero sepolti i vescovi e i martiri cristiani, tra cui i 290 milanesi deportati a Lodi Vecchio e massacrati dall'Imperatore Massimiano. La Basilica veniva per questo chiamata "Cimiterio de' Santi".
Nel 1222 l'arcivescovo Enrico Settala diede una dimora fissa ai Francescani, un prato nelle ortaglie di proprietà degli Oldani, alle spalle di San Nabore dive costruiscono un grande convento. Nel 1233 i Francescani fondarono dietro l'abside della basilica una loro cappella. Con bolla papale del 1256 i Francescani si presero anche la Basilica di San Nabore e i Canonici si trasferirono a Santa Maria Fulcorina.
Nel 1272 venne eretto il campanile della cappella dei Francescani, molto alto e di pregevole fattura. All'inizio del XIV secolo il Signore di Milano Corrado Mosca Torriani finanziò i lavori dei Francescani.
Nel 1387 finirono i lavori di "fusione" della basilica e della cappella creando una unica, enorme chiesa: San Francesco Grande.


La nuova chiesa era letteralmente stracolma di sepolture di santi e di reliquie; vi erano sepolti san Nabore, san Felice, (San Gervasio e San Protasio erano stati traslati da Sant'Ambrogio nella nuova basilica costruita poco a sud di San Nabore nel giugno 386) san Fortunato, san Caio vescovo, san Barbaba, san Materno vescovo, san Candido, santa Savina, Filippo de' Oldani, Roberto da San Severino. Tra le innumerevoli reliquie ecco lo scheletro di un "innocente", i bambini fatti trucidare da Erode a Betlemme, lo scheletro di san Desiderio, il teschio di San Matteo Apostolo, i teschi di sant'Odelia Vergine e di sant'Orsola, un dente di San Lorenzo, il teschio di uno dei sette senti Maccabei, ossa di santa Maria Maddalena, ossa di santa Romana, ossa di Papa san Sisto, altre ossa di san Silvestro e molte altre ancora.Le morti illustri non si fermarono ma anzi continuarono con l'aumentare del prestigio della chiesa: i Borromeo con una cappella decorata da statue in marmo e oro tra le più belle di Milano, i Visconti, i Settala, i Sessa, i Coiro fecero seppellire i loro cari. Volle esser lì sepolta Beatrice d'Este, come anche Francesco da Bussone detto Il Carmagnola, il Patriarca di Costantinopoli Niccolò della Porta da Castell'Arquato, Corrado Mosca Torriani, Bonvesin de la Riva, Vitaliano Borromeo.

Durante il Giubileo del 1475 arrivarono a Milano oltre 100.000 persone in soli due mesi, anche da oltralpe, per chiedere l'indulgenza nella chiesa di San Francesco Grande. In uno dei giorni di massima affluenza morirono soffocati e calpestati  15 fedeli.
Il 25 aprile 1483 Bartolomeo Scorione, priore della Confraternita dell'Immacolata Concezione, stipulò un contratto per una pala da collocare sull'altare della cappella della Confraternita nella chiesa di San Francesco Grande con un giovane artista arrivato circa un anno prima da Firenze. Per Leonardo da Vinci era la prima commissione che otteneva a Milano e dipinse la Vergine delle Rocce, oggi al Louvre di Parigi.
Il contratto prevedeva anche due dipinti per le predelle laterali, due angeli, uno mentre suonava e uno mentre cantava. Li dipinsero i fratelli Ambrogio ed Evangelista de Predis. La bottega dei de Predis si doveva occupare della coloritura e doratura della cornice lignea dell'ancona, intagliata da Giacomo del Maino.


Le due versioni della Vergine delle Rocce di Leonardo, a sinistra la più antica, al Louvre, a destra quella a Londra

I dipinti furono terminati intorno al 1493-94 ma non vennero consegnati alla Confraternita per via di una disputa di natura economica. I pittori volevano più soldi. Pare che in realtà Leonardo avesse trovato un miglior acquirente, probabilmente Ludovico il Moro, Signore di Milano. Vennero così dipinti un'altra pala con la Vergine delle Rocce e altri due angeli, questa volta entrambi ritratti mentre suonavano, uno dipinto da Ambrogio De Predis, l’altro probabilmente da uno dei discepoli del Leonardo, forse Marco d’Oggiono. 
Il capolavoro di Leonardo passò quindi da Lodovico il Moro ai Francesi, per vie non ancora ricostruite, e oggi si trova al Louvre, mentre la seconda versione venne consegnata nel 1506 alla Confraternita che poté finalmente esporla in San Francesco Grande. L’Angelo in rosso e l’Angelo in verde originali, dipinti dai fratelli De Predis sono invece andati perduti.


L'Angelo Rosso e L'Angelo Verde oggi alla National Gallery di Londra

Nel 1551 Ferrante Gonzaga, governatore di Milano per conto della corona di Spagna, fa abbassare i più alti campanili di Milano in modo che non possano essere usati come punti di osservazione, o di sparo, verso le due nuove fortificazioni del Castello Sforzesco che sta facendo costruire: la "tenaglia" di porta Vercellina e la "tenaglia" di porta Comacina. Vengono abbassati i campanili di San Simpliciano e proprio quello di San Francesco, quest'ultimo di un terzo dell'altezza "per 40 brazza", cioè 24 metri, facendo supporre quindi una altezza originaria di oltre 70 metri.

L'anno successivo, nel 1552 il ricchissimo commerciante Tomaso Marino, corruttore e strozzino, fa costruire l’Oratorio dei Genovesi nell’attuale via Nirone, accanto all’abside della grande chiesa di San Francesco; dedicato a San Giovanni Battista, Marino commissiona anche una Crocifissione a Bernardino Campi, pala attualmente finita, chissà come, nella Badia di Fiesole.
Tra il 1570 e il 1576 l'antica facciata viene abbattuta e ricostruita 20 metri arretrata; la basilica era in quell’epoca in mattoni rossi, ricca di statue in facciata e con tre grandi navate, 8 altari nella navata di sinistra e un totale di ben 21 cappelle gentilizie, sorte in modo disordinato a partire dal XIV secolo. Nell'occasione fu anche spostato l'altare maggiore, dal mezzo della chiesa al coro.

Tra le 21 cappelle degne di nota vi sono sicuramente la Cappella di San Francesco d’Assisi con statue e stucchi dorati e dipinti del Fiamminghino; la Cappella di San Bonaventura con dipinti di Stefano Maria Legnani; la Cappella di San Giuseppe con una grande statuta del santo in grandezza naturale in marmo di Carrara e affreschi e dipinti di Federico Panza; la Cappella di Sant’Antonio da Padova con dipinti di Natale Cremonesi, Federico Macagni  e del Nuvoloni; la Cappella della Beata Vergine di Caravaggio, con statue e putti in marmo di Carrara scolpiti da Stefano Sampietro e con un grande quadro di Pietro Gilardi; la Cappella del Sant’Angelo Custode, con statute del Cornara e dipinti di Federico Bianchi e di Federico Panza; la Cappella della Passione del Nostro Signore, col favoloso monumento Biraghi scolpito nel 1520 dal Bambaia oggi all’Isola Bella nelle Collezioni Borromeo; altro importante monumento era quello della famiglia Borromeo scolpito da Gian Antonio Piatti nel 1475 e pure esso salvato e portato presso l’Isola Bella e infine il monumento funebre di Beatrice d’Este, scolpito da Giovanni di Balduccio, primo esempio di gotico in Italia. I monumenti funebri delle famiglie  Panigarola,  Dal Verme,  Bascapé,  Crivelli sono invece andati perduti.



Monumenti del Bambaia e del Piatti, oggi all'Isola Bella sul Lago Maggiore


Altre cappelle furono affrescate da Bernardino Zenale, che lasciò anche un grande dipinto, come ricorda il Vasari; altre furono dipinte da Aurelio ed Evangelista Luini e dai fratelli Procaccini, come ricostruito da Luca Beltrami.

Nel 1688 la chiesa ha un cedimento strutturale e la parte anteriore, facciata compresa, crolla: viene ricostruita in stile barocco, con progetto del Nuvolone, allargandola verso via Santa Valeria che viene stretta per l'occasione;  vengono eliminate le prime tre campate e le cappelle e gli altari vennero riordinati in modo simmetrico lungo le navate laterali, infine viene aperta una nuova porta verso via Santa Valeria. I lavori terminano nel 1697. Molti dei dipinti e degli affreschi del Cinquecento andarono perduti e vennero sostituiti da nuove opere d’arte di Andrea Lanzani, Andrea Porta, Pietro Maggi.

Un disegno in pianta che mostra le demolizioni avvenute per la ricostruzione della chiesa dopo il crollo del 1688

Nel 1781 la seconda versione della Vergine delle Rocce di Leonardo viene portata presso la chiesa di Santa Caterina alla Ruota, lungo l’attuale via San Barnaba, demolita nel 1910 per allargare il Policlinico

. Nel  1785 il conte di Cicognara, regio amministratore dei beni ereditati dall'istituzione soppressa, la cedette per centododici zecchini romani al pittore inglese Gavin Hamilton, che la portò in Inghilterra. I suoi eredi vendettero il dipinto a Lord Lansdowne; l'opera passò poi al conte di Suffolk e nel 1880 alla National Gallery, che la pagò duecentocinquantamila franchi. I due angeli vennero invece venduti nel 1801 al conte Giacomo Melzi per finire poi pure essi a Londra, alla National Gallery.

Nel 1789 il convento venne soppresso dall'imperatore Giuseppe II d'Austria e riadattato a ospedale militare. San Francesco Grande venne invece sconsacrata e trasformata in un magazzino.
Nel 1799 l'amministrazione cittadina richiede fondi per chiudere con un muro il sagrato di San Francesco, ridotta ad un covo di delinquenti e senza casa. Nell'ottobre del 1800 iniziano invece i lavori per trasformare il convento da ospedale militare a orfanotrofio.
Il 1802 vede l'amministrazione cittadina indecisa se trasformare San Pietro in Gessate o San Francesco Grande in magazzino. Viene invece deciso nel 1803 di trasformare l'intera area a nord di Sant'Ambrogio in una grande caserma per ospitare i Veliti Reali di Napoleone, cioè la Guardia Imperiale.
Inizialmente ospitati nel convento, in numero di 692, nel maggio 1806 vennero fatta formale richiesta di adattare la chiesa a dormitorio.
Ma le precarie condizioni delle mura perimetrali della chiesa spinse il Ministro della Guerra della Repubblica Cisalpina, Marie-François Auguste de Caffarelli du Falga, a richiedere il 6 novembre 1806 al Viceré Eugenio Bonaparte di abbattere la chiesa.

Progetto della nuova caserma con sovrapposta la pianta di San Francesco Grande

Nel gennaio 1807 vengono così appaltati i lavori di demolizione che avvengono brutalmente nel marzo e aprile con l'uso di mine che arrecano danni ai vicini edifici.
Il disprezzo per quella che per quasi due millenni è stata una delle chiese più importanti di Milano e della Cristianità tutta è totale. Le distruzioni iniziano dall'abside senza nemmeno rimuovere  statue, decorazioni, lapidi e affreschi.

Il prevosto della vicina Sant'Ambrogio, Gabrio Maria Nava, supplica con una lettera del 27 giugno 1807 il Ministro Auguste de Caffarelli du Falga, di permettere ai suoi fratelli di spostare le opere d'arte. A rispondere fu il Colonnello Rossi del Genio Militare che permise al prevosto di spostare quel che voleva a patto che ciò non venisse a costare nulla all'amministrazione. Tra il poco salvato vi è il fronte di un sarcofago paleocristiano esposto in Sant’Ambrogio.

Nello stesso anno materiale di risulta dalla demolizione viene usato per costruire l'Arco della Pace del Cagnola e l'anno dopo per le sponde del Naviglio Pavese.

Le demolizioni proseguono per tre lunghi anni fino a quando nel febbraio 1811 viene acquistato un grande terreno per costruire una fornace presso San Cristoforo lungo il Naviglio Grande; doveva servire a produrre 5 milioni di mattoni per costruire la nuova caserma.
Viene abbattuto anche il contiguo Oratorio dei Genovesi voluto da Tommaso Marino nel 1552.


Nel 1813 caserma è quasi ultimata ma la caduta di Napoleone e la Restaurazione riportano gli Austriaci a Milano; quando le truppe imperiali di Vienna entrano nella caserma la trovano mezza distrutta dai Veliti che prima di fuggire la danneggeranno pesantemente. 
La Caserma sarà pienamente ristrutturata solo 30 anni dopo, da Giovanni Voghera, e inaugurata nel 1843.

Durante degli scavi in via Santa Valeria nel biennio 1939-40, vennero alla luce le fondamenta della chiesa tardo Seicentesca.

Scavi in via Santa Valeria


Pianta del 1807 che mostra l'antico profilo di San Francesco Grande dopo la ricostruzione di fine Seicento con sovrapposta la caserma e i terreni e palazzi da esporpriare.