martedì 22 novembre 2016

I profughi Trentini e Friulani durante la Grande Guerra





Una drammatica foto di un gruppo di rifugiati della Valsugana a Milano nella primavera del 1916. Allo scoppio della Grande Guerra sia l'Austria che l'Italia procedettero a grandi evacuazioni di massa dai territori che sarebbero presto diventati campi di battaglia.

Centinaia di migliaia di Veneti, Friulani, Giuliani, Trentini, Istriani e Sloveni fuggirono dalle loro case. La maggior parte in Austria, la restante parte in Italia.

Se in Austria vennero costruite parecchie cittadine con edifici in legno, ai margini delle città, in Italia i rifugiati furono distribuiti in piccolissimi gruppi su tutto il territorio del Nord, ospitati in colonie, chiese, scuole, oratori. Solo in tre casi vennero realizzati dei villaggi o dei quartieri specificatamente per i profughi.

Uno a Cordenons, vicino a Pordenone, uno a Legnano, presso Verona, uno a Milano, gestito dalla Commissione per l'Emigrazione Trentina.

Arrivarono già nel 1915 circa 1.500 profughi, quasi tutti dalla Valsugana. Furono presi in affitto gli stabili al n.12, 14 e 16 in pizza d’Armi e ribattezzati la Colonia Trentina. Gli edifici, completamente isolati, erano a poca distanza da due linee tramviarie e in faccia ad essi vi era un bellissimo doppio viale alberato con in fondo il parco, delizia dei bimbi e sollievo per gli anziani. In un primo tempo l’Unione Cooperativa di Milano, fornì delle provvisorie cucine da campo, poi vennero impiantate delle cucine stabili, capaci di fornire giornalmente il vitto a 1200 persone.

Accanto a queste cucine, furono collocati i magazzini di generi alimentari. I profughi godevano di un sussidio fornito dallo Stato Italiano, che però veniva sospeso se trovavano un lavoro stabile. A Milano praticamente tutti gli uomini e buona parte delle donne trovarono subito un lavoro stabile.








La Direzione della colonia entro 8 giorni riusciva a dare un lavoro ai profughi. Questo grazie a una serie rete di rapporti fra industriali, ufficio di collocamento e conoscenze personali; fu così che moltissime famiglie raggiunsero in pochi mesi una indipendenza economica mai sperata e, spontaneamente, lasciavano l’appartamento della colonia liberandolo e mettendolo a disposizione di emigranti provenienti dal Mezzogiorno.

Le colonie profughi si amministravano autonomamente, attraverso i sussidi che venivano distribuiti alla direzione della colonia, la quale provvedeva alle necessità della sua popolazione.

Il direttore della colonia veniva coadiuvato dai capigruppo scelti fra i profughi stessi, venivano istituiti scuole ed asili, nonché laboratori di vario genere: calzaturificio e sartoria erano i più diffusi e consentivano, con l'impiego della manodopera presente, un'autonoma fonte di reddito e di produzione di generi di prima necessità.

Con l'avanzare della guerra aumentarono i profughi e secondo le relazioni della Commissione Centrale di Patronato i profughi a Milano nel 1918 erano 43.320.

La Casa Emigranti dell’Opera Bonomelli e la Società Umanitaria si occupavano degli alloggi e affrontò la grande ondata di rifugiati dal Friuli Venezia Giulia; già nel novembre 1917 venne fondato un Comitato Friulano con sede nel Teatro dal Verme.

Terminata la guerra si dette la precedenza al rientro in Italia dei profughi fuggiti in Austria e si arrivò così all'estate del 1919 quando i tre grandi campi profughi, tra cui quello di Milano, vennero chiusi e gli ospiti riportati nei loro paesi.






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