mercoledì 16 novembre 2016

La chiesa di San Francesco Grande

La chiesa di San Francesco Grande fu per secoli la seconda chiesa più grande di Milano, dopo il Duomo, e una delle più ricche di tutta la Cristianità per importanza delle opere d'arte ospitate nelle sue cappelle gentilizie.
La chiesa ha una storia antichissima e complessa. Si trovava dove oggi è sita la Caserma Garibaldi, alle spalle del complesso di Sant'Ambrogio, tra via Nirone e via Santa Valeria.


Un dettaglio di una veduta di Milano del Bonacina con al centro la facciata di San Francesco Grande, col rosone centrale, 1640. Si nota bene, grazie al dislivello nel tetto, la fusione tra la Basilica di San Narbone e la Cappella dei Francescani.

La storia inizia con i gemelli San Gervasio e San Protasio, figli di San Vitale e Santa Valeria, secondo la tradizione martirizzati da Nerone dopo essere stati convertiti da San Caio, vescovo di Milano; vennero sepolti intorno al 70 d.C. nelle "ortaglie" del palazzo del console Filippo de' Oldani, segretamente convertito al cristianesimo.  
Si trattava del primo cimitero cristiano di Milano, sito nell'area di Piazza Sant'Ambrogio, e i cui resti sono venuti alla luce più volte negli ultimi decenni.

Era chiamato "Polyandrion Cai et Philippi", la fossa comune di Caio e Filippo de' Oldani.
Sul finire del I° secolo d.C. san Castriciano de' Oldani, poi vescovo di Milano, fece erigere una basilica per ospitare i corpi dei santi Protasio e Gervasio. Dopo il martirio dei santi Nabore e Felice, avvenuto nel 340, anche i loro corpi furono sepolti nella chiesa, che da loro prese la denominazione. La Basilica di San Nabore era retta dai Canonici e aveva inizialmente tipiche forme romanico-lombarde per poi essere ricostruita in stile gotico.


Per secoli sotto la basilica vennero sepolti i vescovi e i martiri cristiani, tra cui i 290 milanesi deportati a Lodi Vecchio e massacrati dall'Imperatore Massimiano. La Basilica veniva per questo chiamata "Cimiterio de' Santi".
Nel 1222 l'arcivescovo Enrico Settala diede una dimora fissa ai Francescani, un prato nelle ortaglie di proprietà degli Oldani, alle spalle di San Nabore dive costruiscono un grande convento. Nel 1233 i Francescani fondarono dietro l'abside della basilica una loro cappella. Con bolla papale del 1256 i Francescani si presero anche la Basilica di San Nabore e i Canonici si trasferirono a Santa Maria Fulcorina.
Nel 1272 venne eretto il campanile della cappella dei Francescani, molto alto e di pregevole fattura. All'inizio del XIV secolo il Signore di Milano Corrado Mosca Torriani finanziò i lavori dei Francescani.
Nel 1387 finirono i lavori di "fusione" della basilica e della cappella creando una unica, enorme chiesa: San Francesco Grande.


La nuova chiesa era letteralmente stracolma di sepolture di santi e di reliquie; vi erano sepolti san Nabore, san Felice, (San Gervasio e San Protasio erano stati traslati da Sant'Ambrogio nella nuova basilica costruita poco a sud di San Nabore nel giugno 386) san Fortunato, san Caio vescovo, san Barbaba, san Materno vescovo, san Candido, santa Savina, Filippo de' Oldani, Roberto da San Severino. Tra le innumerevoli reliquie ecco lo scheletro di un "innocente", i bambini fatti trucidare da Erode a Betlemme, lo scheletro di san Desiderio, il teschio di San Matteo Apostolo, i teschi di sant'Odelia Vergine e di sant'Orsola, un dente di San Lorenzo, il teschio di uno dei sette senti Maccabei, ossa di santa Maria Maddalena, ossa di santa Romana, ossa di Papa san Sisto, altre ossa di san Silvestro e molte altre ancora.Le morti illustri non si fermarono ma anzi continuarono con l'aumentare del prestigio della chiesa: i Borromeo con una cappella decorata da statue in marmo e oro tra le più belle di Milano, i Visconti, i Settala, i Sessa, i Coiro fecero seppellire i loro cari. Volle esser lì sepolta Beatrice d'Este, come anche Francesco da Bussone detto Il Carmagnola, il Patriarca di Costantinopoli Niccolò della Porta da Castell'Arquato, Corrado Mosca Torriani, Bonvesin de la Riva, Vitaliano Borromeo.

Durante il Giubileo del 1475 arrivarono a Milano oltre 100.000 persone in soli due mesi, anche da oltralpe, per chiedere l'indulgenza nella chiesa di San Francesco Grande. In uno dei giorni di massima affluenza morirono soffocati e calpestati  15 fedeli.
Il 25 aprile 1483 Bartolomeo Scorione, priore della Confraternita dell'Immacolata Concezione, stipulò un contratto per una pala da collocare sull'altare della cappella della Confraternita nella chiesa di San Francesco Grande con un giovane artista arrivato circa un anno prima da Firenze. Per Leonardo da Vinci era la prima commissione che otteneva a Milano e dipinse la Vergine delle Rocce, oggi al Louvre di Parigi.
Il contratto prevedeva anche due dipinti per le predelle laterali, due angeli, uno mentre suonava e uno mentre cantava. Li dipinsero i fratelli Ambrogio ed Evangelista de Predis. La bottega dei de Predis si doveva occupare della coloritura e doratura della cornice lignea dell'ancona, intagliata da Giacomo del Maino.


Le due versioni della Vergine delle Rocce di Leonardo, a sinistra la più antica, al Louvre, a destra quella a Londra

I dipinti furono terminati intorno al 1493-94 ma non vennero consegnati alla Confraternita per via di una disputa di natura economica. I pittori volevano più soldi. Pare che in realtà Leonardo avesse trovato un miglior acquirente, probabilmente Ludovico il Moro, Signore di Milano. Vennero così dipinti un'altra pala con la Vergine delle Rocce e altri due angeli, questa volta entrambi ritratti mentre suonavano, uno dipinto da Ambrogio De Predis, l’altro probabilmente da uno dei discepoli del Leonardo, forse Marco d’Oggiono. 
Il capolavoro di Leonardo passò quindi da Lodovico il Moro ai Francesi, per vie non ancora ricostruite, e oggi si trova al Louvre, mentre la seconda versione venne consegnata nel 1506 alla Confraternita che poté finalmente esporla in San Francesco Grande. L’Angelo in rosso e l’Angelo in verde originali, dipinti dai fratelli De Predis sono invece andati perduti.


L'Angelo Rosso e L'Angelo Verde oggi alla National Gallery di Londra

Nel 1551 Ferrante Gonzaga, governatore di Milano per conto della corona di Spagna, fa abbassare i più alti campanili di Milano in modo che non possano essere usati come punti di osservazione, o di sparo, verso le due nuove fortificazioni del Castello Sforzesco che sta facendo costruire: la "tenaglia" di porta Vercellina e la "tenaglia" di porta Comacina. Vengono abbassati i campanili di San Simpliciano e proprio quello di San Francesco, quest'ultimo di un terzo dell'altezza "per 40 brazza", cioè 24 metri, facendo supporre quindi una altezza originaria di oltre 70 metri.

L'anno successivo, nel 1552 il ricchissimo commerciante Tomaso Marino, corruttore e strozzino, fa costruire l’Oratorio dei Genovesi nell’attuale via Nirone, accanto all’abside della grande chiesa di San Francesco; dedicato a San Giovanni Battista, Marino commissiona anche una Crocifissione a Bernardino Campi, pala attualmente finita, chissà come, nella Badia di Fiesole.
Tra il 1570 e il 1576 l'antica facciata viene abbattuta e ricostruita 20 metri arretrata; la basilica era in quell’epoca in mattoni rossi, ricca di statue in facciata e con tre grandi navate, 8 altari nella navata di sinistra e un totale di ben 21 cappelle gentilizie, sorte in modo disordinato a partire dal XIV secolo. Nell'occasione fu anche spostato l'altare maggiore, dal mezzo della chiesa al coro.

Tra le 21 cappelle degne di nota vi sono sicuramente la Cappella di San Francesco d’Assisi con statue e stucchi dorati e dipinti del Fiamminghino; la Cappella di San Bonaventura con dipinti di Stefano Maria Legnani; la Cappella di San Giuseppe con una grande statuta del santo in grandezza naturale in marmo di Carrara e affreschi e dipinti di Federico Panza; la Cappella di Sant’Antonio da Padova con dipinti di Natale Cremonesi, Federico Macagni  e del Nuvoloni; la Cappella della Beata Vergine di Caravaggio, con statue e putti in marmo di Carrara scolpiti da Stefano Sampietro e con un grande quadro di Pietro Gilardi; la Cappella del Sant’Angelo Custode, con statute del Cornara e dipinti di Federico Bianchi e di Federico Panza; la Cappella della Passione del Nostro Signore, col favoloso monumento Biraghi scolpito nel 1520 dal Bambaia oggi all’Isola Bella nelle Collezioni Borromeo; altro importante monumento era quello della famiglia Borromeo scolpito da Gian Antonio Piatti nel 1475 e pure esso salvato e portato presso l’Isola Bella e infine il monumento funebre di Beatrice d’Este, scolpito da Giovanni di Balduccio, primo esempio di gotico in Italia. I monumenti funebri delle famiglie  Panigarola,  Dal Verme,  Bascapé,  Crivelli sono invece andati perduti.



Monumenti del Bambaia e del Piatti, oggi all'Isola Bella sul Lago Maggiore


Altre cappelle furono affrescate da Bernardino Zenale, che lasciò anche un grande dipinto, come ricorda il Vasari; altre furono dipinte da Aurelio ed Evangelista Luini e dai fratelli Procaccini, come ricostruito da Luca Beltrami.

Nel 1688 la chiesa ha un cedimento strutturale e la parte anteriore, facciata compresa, crolla: viene ricostruita in stile barocco, con progetto del Nuvolone, allargandola verso via Santa Valeria che viene stretta per l'occasione;  vengono eliminate le prime tre campate e le cappelle e gli altari vennero riordinati in modo simmetrico lungo le navate laterali, infine viene aperta una nuova porta verso via Santa Valeria. I lavori terminano nel 1697. Molti dei dipinti e degli affreschi del Cinquecento andarono perduti e vennero sostituiti da nuove opere d’arte di Andrea Lanzani, Andrea Porta, Pietro Maggi.

Un disegno in pianta che mostra le demolizioni avvenute per la ricostruzione della chiesa dopo il crollo del 1688

Nel 1781 la seconda versione della Vergine delle Rocce di Leonardo viene portata presso la chiesa di Santa Caterina alla Ruota, lungo l’attuale via San Barnaba, demolita nel 1910 per allargare il Policlinico

. Nel  1785 il conte di Cicognara, regio amministratore dei beni ereditati dall'istituzione soppressa, la cedette per centododici zecchini romani al pittore inglese Gavin Hamilton, che la portò in Inghilterra. I suoi eredi vendettero il dipinto a Lord Lansdowne; l'opera passò poi al conte di Suffolk e nel 1880 alla National Gallery, che la pagò duecentocinquantamila franchi. I due angeli vennero invece venduti nel 1801 al conte Giacomo Melzi per finire poi pure essi a Londra, alla National Gallery.

Nel 1789 il convento venne soppresso dall'imperatore Giuseppe II d'Austria e riadattato a ospedale militare. San Francesco Grande venne invece sconsacrata e trasformata in un magazzino.
Nel 1799 l'amministrazione cittadina richiede fondi per chiudere con un muro il sagrato di San Francesco, ridotta ad un covo di delinquenti e senza casa. Nell'ottobre del 1800 iniziano invece i lavori per trasformare il convento da ospedale militare a orfanotrofio.
Il 1802 vede l'amministrazione cittadina indecisa se trasformare San Pietro in Gessate o San Francesco Grande in magazzino. Viene invece deciso nel 1803 di trasformare l'intera area a nord di Sant'Ambrogio in una grande caserma per ospitare i Veliti Reali di Napoleone, cioè la Guardia Imperiale.
Inizialmente ospitati nel convento, in numero di 692, nel maggio 1806 vennero fatta formale richiesta di adattare la chiesa a dormitorio.
Ma le precarie condizioni delle mura perimetrali della chiesa spinse il Ministro della Guerra della Repubblica Cisalpina, Marie-François Auguste de Caffarelli du Falga, a richiedere il 6 novembre 1806 al Viceré Eugenio Bonaparte di abbattere la chiesa.

Progetto della nuova caserma con sovrapposta la pianta di San Francesco Grande

Nel gennaio 1807 vengono così appaltati i lavori di demolizione che avvengono brutalmente nel marzo e aprile con l'uso di mine che arrecano danni ai vicini edifici.
Il disprezzo per quella che per quasi due millenni è stata una delle chiese più importanti di Milano e della Cristianità tutta è totale. Le distruzioni iniziano dall'abside senza nemmeno rimuovere  statue, decorazioni, lapidi e affreschi.

Il prevosto della vicina Sant'Ambrogio, Gabrio Maria Nava, supplica con una lettera del 27 giugno 1807 il Ministro Auguste de Caffarelli du Falga, di permettere ai suoi fratelli di spostare le opere d'arte. A rispondere fu il Colonnello Rossi del Genio Militare che permise al prevosto di spostare quel che voleva a patto che ciò non venisse a costare nulla all'amministrazione. Tra il poco salvato vi è il fronte di un sarcofago paleocristiano esposto in Sant’Ambrogio.

Nello stesso anno materiale di risulta dalla demolizione viene usato per costruire l'Arco della Pace del Cagnola e l'anno dopo per le sponde del Naviglio Pavese.

Le demolizioni proseguono per tre lunghi anni fino a quando nel febbraio 1811 viene acquistato un grande terreno per costruire una fornace presso San Cristoforo lungo il Naviglio Grande; doveva servire a produrre 5 milioni di mattoni per costruire la nuova caserma.
Viene abbattuto anche il contiguo Oratorio dei Genovesi voluto da Tommaso Marino nel 1552.


Nel 1813 caserma è quasi ultimata ma la caduta di Napoleone e la Restaurazione riportano gli Austriaci a Milano; quando le truppe imperiali di Vienna entrano nella caserma la trovano mezza distrutta dai Veliti che prima di fuggire la danneggeranno pesantemente. 
La Caserma sarà pienamente ristrutturata solo 30 anni dopo, da Giovanni Voghera, e inaugurata nel 1843.

Durante degli scavi in via Santa Valeria nel biennio 1939-40, vennero alla luce le fondamenta della chiesa tardo Seicentesca.

Scavi in via Santa Valeria


Pianta del 1807 che mostra l'antico profilo di San Francesco Grande dopo la ricostruzione di fine Seicento con sovrapposta la caserma e i terreni e palazzi da esporpriare.

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